Alessandro Baricco, santo o talebano?

showtime

Mercoledì 25 Maggio 2009 alle 17:30 presso il Teatro Eliseo in Via Nazionale, 183 – Roma, ci sarà un  Incontro-dibattito dal titolo “Lo spettacolo è finito?” sul futuro della cultura tra finanziamenti pubblici e iniziativa privata. Ingresso libero. Interverranno Alessandro Baricco, Eugenio Scalari, Antonio Pilati, Sergio Escobar, Vincenzo Monaci.

Alessandro Baricco. Appassionato di musica classica per eredità familiare; autore di saggi di critica musicale; critico per La Repubblica, per La Stampa; l’amore è un dardo, è il titolo della sua trasmissione sulla lirica andata in onda su RAI3 nel 1994; romanziere semplicemente letto in tutto il mondo. Tra i lavori dei suoi ultimi anni si ricordano I barbari, saggio sulla mutazione (per dire che sta nascendo una nuova razza umana, senza anima e con le branchie dietro le orecchie) e l’esordio da regista cinematografico con il film Numero 21, lungometraggio che ha tra i suoi protagonisti la nona sinfonia di Beethoven.

Alessandro Baricco, a lui e non al matto di Perolla, il merito di aver scatenato un dibattito forte su due argomenti da sempre cari agli intellettuali italiani: i soldi; l’assegnazione e la gestione degli spazi pubblici.

24 Febbraio 2009
Escono 3 pagine sul quotidiano La repubblica dedicate ad un solo articolo.
Il titolo: Basta soldi pubblici al teatro, meglio puntare su scuola e tv.
L’autore dell’articolo, Alessandro Baricco.
Nel suo intervento, apparentemente scritto di getto, partendo dal dato di fatto della crisi economica in corsa, che tutte le crepe della società sono diventate spaccature, comprese quelle della cultura, si chiede:
Perché il denaro pubblico a sostegno della vita culturale di una paese?
Per tre buone ragioni.
1) Allargare il privilegio della crescita culturale.
2) Permettere opere artistiche che non sopravvivrebbero al contagio della logica del profitto.
3) Fornire ai cittadini gli strumenti culturali basilari per assumersi le responsabilità necessarie alla partecipazione della vita democratica del loro paese.

Poi aggiunge una domanda. Questi tre obiettivi, oggi, valgono ancora?

A proposito del primo obiettivo, il privilegio della crescita culturale, afferma che negli ultimi quindici anni si è allargato a dismisura nell’accessibilità ed in ogni fascia sociale. I confini si sono spostati. È stata una vera e propria rivoluzione. Per gli appassionati del genere ecco il titolo giusto: The age of mass intelligence.
Il motivo di questo boom culturale è dei soldi pubblici destinati alla cultura? No.
Teatro e opera sono rimaste le sole due arti agevolate che possono ancora contare sullo stato come mecenate. Basta regalargli denaro, tanto non servono. Il boom culturale sta avvenendo da un’altra parte. I confini si sono spostati è vero, ma tanta gente non consuma cultura. Vogliamo arrivare anche a questa gente? Becchiamola a scuola e davanti alla tv.

Secondo obiettivo, se un giorno il teatro e l’opera incontrano il mercato..
Tra quello che ci hanno tramandato culturalmente i nostri genitori, cosa è assolutamente necessario tramandare ai nostri figli? Letteratura e cinema sono arti frequentate dalla maggioranza della popolazione. Opera e teatro no. Ha senso mantenere in vita queste due arti? Facciamo entrare il mercato e lasciamo dare a lui la risposta. Facciamo decidere a lui, cioè alla gente cosa è giusto e cosa no mettere in scena. Basta difendere gesti e repertori preziosi coi soldi pubblici, con progetti dove è prevista la chiusura in rosso. Senza dire che il mercato saprà fare di meglio afferma che senz’altro non potrà fare peggio.

Il terzo obiettivo ve lo ricordate? È quello dell’auspicata crescita dei cittadini necessaria a consolidare la stabilità delle democrazie. Con alcune digressioni ricorregge il tiro su quanto precedentemente detto sull’argomento intelligenza di massa (non è che le masse trasudino intelligenza da tutti i pori, insomma) senza però citarlo espressamente. Cita subito invece Berlusconi quindi mette un punto. Poi esprime la sua perplessità nei confronti di quelle persone che sono convinte che quest’uomo abbia devastato la caratura morale di questo paese alle fondamenta. A questo punto torna la voce Berlusconi, fra parentesi, presentandolo come una conseguenza della bassa statura culturale italiana piuttosto che una causa. Infine aggiunge: nonostante la grande diga culturale issata coi soldi dei contribuenti, le voci di Cechov; della figlia del reggimento; delle mostre d’arte sull’arte toscana del quattrocento sono state schiacciate dai balli e dalle risate del grande fratello. La grande diga era stata innalzata giustamente, il problema è che era stata tirata su nel luogo sbagliato.

Concludendo, questi tre obiettivi valgono sempre? La risposta è ovviamente si. Come è ovvio che bisogna cambiare strategia. Ecco come:

1) Spostare i soldi pubblici destinati alla cultura verso la scuola e la televisione. Il paese reale è lì.
Chiudere i teatri stabili ed aprire un teatro in ogni scuola.
Azzerare convegni, stagioni di concerti e tutta questa roba. Coi soldi risparmiati permettiamoci una sera alla settimana in tv che se ne frega dell’Auditel.
Riporto un passo completo senza cambiare una virgola:
La funzione pubblica deve tornare alla sua vocazione originaria: alfabetizzare. C’è da realizzare una seconda alfabetizzazione del Paese, che metta in grado tutti di leggere e scrivere il moderno. Solo questo può generare uguaglianza e trasmettere valori morali ed intellettuali. Tutto il resto è un falso scopo.

2) Lasciare che laddove il denaro pubblico se ne sia andato entrino i privati. Si distrugga un tabù: la cultura come business. Ci sono riuscite diverse società privata, fondando case editrici, vendendo e facendo cultura. Ci riusciranno altre imprese private con i teatri.
Lo stato se ne vada coi suoi soldi, ma resti attraverso aiuti indiretti. Eccone la lista: dimentichiamoci di fargli pagare le tasse, apriamogli l’accesso al patrimonio immobiliare della città, alleggeriamo il prezzo del lavoro, costringiamo le banche a politiche di prestito veloci e super-agevolate.

Tra il 24 febbraio ed 4 marzo 2009
Apriti cielo. Non sappiamo il resto del giornale, ma l’articolo di Baricco sembra che l’abbiano letto tutti. Almeno in parte. Almeno il titolo.
E giù critiche, aggressioni, dietrologie. Da Roma: Che per caso te puzza er culo perché c’avevi da fà un programma alla RAI e nun te l’hanno approvato? Da Napoli: Mò la Fandango pure coi teatri à da guadagnà. Da Milano: proprio lù.
Dalla Sicilia, un secco minchia!
Tra i no più autorevoli: Sergio Escobar: “Le tesi di Baricco sono sconclusionate.”
Dario Fo: “Sul finanziamento non si discute: anzi in Italia la percentuale del Pil alla cultura è dieci volte inferiore alla media europea”. Il musicista Nicola Piovani: “Una sciocchezza così non l’avevo mai sentita.” Giovanna Melandri: “La diagnosi è corretta, ma la cura è errata. Baricco sbaglia bersaglio.” Luca Barbareschi “Ma proprio Baricco che ha fatto teatro a botte di sovvenzioni?”

Passano i giorni ed il partito in favore di Baricco prende sempre più voce. Si dicono con lui Riccardo Muti, Salvatore Accardo, Franco Zeffirelli, Eugenio Scalfari.
Tra i si politici più potenti, quelli dei ministri Renato Brunetta e Sandro Bondi.

4 marzo 2009 
Un altro articolo su La Repubblica di Alessandro Baricco.
Con toni diversi, ripete quanto affermato.
In particolare, per rispondere ai tanti oppositori che gli hanno rinfacciato il momento che ha scelto per il suo primo articolo: Proprio adesso. Proprio adesso che ci sarebbero da combattere i tagli del governo tu te ne esci con una proposta di quel tipo?, dice che sono vent’anni che aspettava il momento giusto per scrivere quanto detto, ma il momento giusto sembrava non arrivare mai. Così lo ha scritto lo stesso.

5 marzo 2009
Sempre su La Repubblica, il ministro Sandro Bondi, in nome della cultura parla di una rete pubblica  senza spot e Auditel ed invita il Cda in formazione della Rai a cominciare a lavorare su questo aspetto.

La prossima tappa del dibattito non sarà fra le pagine di un giornale, ma in un teatro:

Mercoledì 25 Maggio 2009 alle 17:30 presso il Teatro Eliseo in Via Nazionale, 183 – Roma,  Alessandro Baricco, Eugenio Scalari, Antonio Pilati, Sergio Escobar, Vincenzo Monaci e chi vorrà esserci si domanderanno “Lo spettacolo è finito?”, l’ingresso è libero.

Alessandro Berni

Articolo pubblicato su: http://thetamarind.eu/2009/03/23/alessandro-baricco-santo-o-talebano/

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