Napoli 2009

In ricordo di Petru Birlandeanu, morto per sbaglio una sera di maggio.

Accordion, foto di Craig Strachan (Flickr)

È sera ed è Napoli sulla funicolare che collega il Vomero e Montesanto.
È il 26 maggio, sono le sette passate e c’è ancora un’afa che pare già estate.
Suspeso tra ‘o cielo e na terra
ch’ha avuto cchiù lutte ‘e na guerra
Petru Birlandeanu vive di musica e d’elemosina, canta  ‘na vita pezzente.
Miserie e nuvole, suonano la sua fisarmonica.

È Napoli ed è sera anche tra i vicoli dei quartieri spagnoli. Per via Conte di Mola rombano 4 moto in mezzo ad altre, tra le urla e la gente, tra l’odore di fritto e quello dei gas di scarico, salgono via Pignasecca contromano.

Insieme a sua moglie, insieme a quattro ragazzini ed il loro pallone, insieme a tante altre persone, insomma, insieme a Napoli, Petru Birlandeanu rientra a casa. Per questo, scende dalla funicolare e s’incammina verso la stazione di Montesanto.

Sono quattro le moto dirette a Napoli della Cumana. Ogni moto due centauri. Ogni centauro, un’arma da fuoco. Sono decine i proiettili sparati per minacciare ed uccidere, per avvertire:

Attenta Napoli, un Mariano è uscito di galera.

Un proiettile colpisce la spalla di uno dei ragazzini che gioca a pallone. Ricoverato in ospedale, il ragazzino guarirà in meno di trenta giorni, è già guarito intanto che sto scrivendo. Un altro proiettile si conficca nella fisarmonica di Petru. Un altro ancora gli entra nella schiena, gli attraversa il cuore, gli esce dal petto.

Ci sono delle telecamere che hanno ripreso tutto. Hanno ripreso le moto arrivare, sparare, scapparsene via.
Hanno ripreso Petru ferito a morte, sorretto a malapena dalla moglie Mirella. Petru in ginocchio, davanti ai tornelli della metro.
Hanno ripreso la gente accanto a loro indifferente, obliterare il biglietto, parlare al telefono, andarsene via. La gente noncurante, la gente che nella fretta di ogni minuto, magari davvero non si è ancora accorta di niente, della tragicità del momento che accanto a loro stava avvenendo. Hanno ripreso la gente che finalmente si accorge. Petru a terra. Le grida di Mirella.
Hanno ripreso l’immagine che tutti scappano quando accanto hanno un uomo ferito, una donna che chiede aiuto. Io non c’ero! E se c’ero stavo solo scattando una foto dal cellulare!
Hanno ripreso la gente e le loro coscienze 2.0 resettabili, interscambiabili, convertibili, inutili.
Hanno ripreso Napoli vendetta è fatta, Napoli tre scimmiette. Cieca, sorda e muta accanto ad un ragazzo che muore. Napoli e un uomo sparato che cade come ‘na carta sporca
e nisciuno se ne import. Napoli una volta mille culure. Oggi solo mille paure.

Sia chiaro un aspetto: questo fatto di cui alcune telecamere ci hanno dato testimonianza è successo a Napoli, ma avrebbe potuto accadere a Rio, New York o Shanghai.
Il senso di quell’istintiva fuga è molto più largo, non collocabile in un solo quartiere; il panorama è più esteso e comprende un universo urbano unico dentro il quale abitiamo tutti. Come deve essere chiaro che quanto successo non è riconducibile ad un solo giorno, ma dentro un tempo, un orizzonte storico non accessibile, non mappabile, in nevrotico mutamento da quando i riferimenti culturali del post-modernismo che gli storici più audaci, timidamente, dicono siano crollati l’11 Settembre 2001, da quando cioè il reale ha smesso di essere decifrabile.

Le azioni quotidiane, i riflessi emulativi, i gesti istintivi sono guidati per sempre più esseri umani da una nuova e presunta Coscienza 2.0. Questa è spudorata, spietata e non con la propria anima, ma col proprio avatar dialoga sulla pietà e sul pudore; è senza Dio e senza nemmeno il senso della sua negazione; infine è senza colpa quindi innocente in quanto vergine madre, figlia del suo figlio, dell’alienazione di massa, di popoli interi che come macchine, senza sangue sono crollati in uno stato di amnesia, interrotto da dolorosi risvegli accompagnati da crolli nervosi ancora più dolorosi.

“Non siamo gli ultimi” sembra voler dire la sequenza muta finale, quando arrivato all’epilogo di questo doloroso attimo entra in campo una signora bionda di mezza età, l’unica che di fronte ad un uomo che muore, una donna che implora soccorso non scappa via, rimane immobile. “Non siamo gli ultimi e quello che sta avvenendo adesso, accadrà ancora perché infinite volte è già accaduto.”

“Morire per sbaglio una sera di maggio. Morire per sbaglio e morire ammazzati con in spalla una fisarmonica anche lei ferita a morte.” Queste le parole dell’ultima canzone di Petru.

Presto la sua fisarmonica tornerà nella stazione di Pietrasanta collocata all’interno di una teca di vetro.
Tornerà a ricordarci la sua morte inutile che ci ha raggiunto nella frenesia di avvenimenti che ogni giorno ci bombardano, insieme alla confusionale sensazione che mentre sta succedendo qualcosa ci stiamo perdendo altro, dimenticando qualcos’altro ancora; a richiamarci alla memoria di quando eravamo umani proprio nel tempo in cui l‘umanità intera ha cominciato a smettere di esserlo per mutare, slittare verso l’inorganico prossimo nostro; dentro uno stato larvale subìto la cui metamorfosi promessa e non voluta sembra essere il nulla e nient’altro.

Alessandro Berni

Articolo pubblicato su: http://thetamarind.eu/2009/07/19/napoli2009/

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