Non c’è niente da vedere

 

pompidou

C’è tempo fino al 23 Marzo 2009 per visitare presso al Museo nazionale d’arte moderna del Centro George Pompidou l’esposizione temporanea “Vuoti, Una retrospettiva.”

Esporre il vuoto si conferma un’idea ricorrente dell’arte contemporanea. L’argomento lo conosce bene ogni artista: è il panico dello scrittore di scomparire tra un libro e l’altro; è la voglia del pittore di prendere a coltellate una tela bianca; è il telefono dell’attore che non squilla.. È: Vuoti, una retrospettiva di esposizioni vuote.
“Ma levateje er vino.” Avrebbero forse detto a chi avesse presentato un progetto simile in quel di Roma. A Parigi no. Quassù l’arte osa ancora e non solo con l’immaginazione. Quassù l’arte fa normalmente parlare di sé nei giornali per quello che fa anche quando non fa niente, mentre in Italia, solitamente si parla di arte per dire che è in crisi, per dire come si dovrebbero spendere i soldi pubblici a lei destinati.
Non credo che rimarranno positivamente colpiti gli spettatori, che torneranno a casa ben appagati dal vuoto offerto. Di sicuro la mostra avrà fatto piacere agli architetti del Centro Pompidou, Renzo Piano e Richard Rogers.
Le stanze vuote permettono di celebrare l’architettura del museo, significano che l’arte è già presente e non è necessario aggiungere altre opere d’arte.
Sono nove i vuoti rappresentati, presentati da nove artisti diversi. Perché si sa, c’è vuoto e vuoto.
Che si sappia, il primo artista a mettere in scena il vuoto fu Yves Klein nel 1958, alla galleria Iris Clert, naturalmente a Parigi.
Gli spazi vuoti avrebbero dovuto essere rappresentati in maniera cronologica, ma Stanley Brouwn si è opposto. Avrebbe dovuto avere la stanza due, ma ha preteso la tre. Altrimenti niente da fare, altrimenti la mostra avrebbe risentito del vuoto del suo vuoto.

In particolare, tra i vuoti esposti nella retrospettiva, si segnalano:
Il vuoto libero.
Opera creata da Robert Barry nel 1970.
Questa opera d’arte è un posto dove non c’è proprio niente. Un posto dove ognuno è libero di pensare su quello che sta facendo, combinando con la sua unica vita a disposizione.

Il vuoto di rinuncia.
Opera creata da Laurie Parsons nel 1990.
“Tutta l’arte è perfettamente inutile”. Scrisse Oscar Wilde in una mattina di scoramento. “Ho smesso di scrivere perché non ho più niente da dire”. Confessò Rimbaud a Verlaine a soli 21 anni.
Grazie a Laurie Parsons, il vuoto di rinuncia, spesso altamente celebrato in letteratura, ha finalmente messo per la prima volta piede anche dentro una galleria d’arte.

Il vuoto del portafoglio.
Opera creata da Maria Eichhorn nel 2001, opera che conoscevo già bene anch’io prima di veder spendere i dieci euro di biglietto necessari per visitare la mostra (questo viaggio nel vuoto mi è stato offerto altrimenti non avrei potuto permettermelo).
La musa dell’opera fu la mancanza di fondi. L’intero budget normalmente impiegato per l’allestimento di una mostra temporanea, venne destinato al rinnovamento degli spazi espositivi della Kunsthalle dove Maria mise in scena questa sua opera.

Così, è proprio da questo mucchio di vuoti messi assieme nel quarto piano del Museo del Centro Pompidou, che il mio lapis sta finendo di scrivere questo articolo sulle pagine della mia onnipresente moleskine.
E dentro il vuoto della prossima pagina bianca, un ricordo:
In pieno medio-evo alcuni frati francescani custodi di uno spicchio di paradiso all’ombra delle colline umbre decisero di murare una stanza dietro l’altare maggiore della chiesa del loro convento.
Dove c’era la porta, vennero incise poche parole: qui abita il mistero della fede, la voce dello spirito santo.
Murato. Dopo secoli di fede e di preghiere qualcuno trovò il coraggio di fare riaprire questo spazio chiuso. Quello che tutti trovarono fu, naturalmente, uno spazio vuoto.

Alessandro Berni

Articolo pubblicato su: http://thetamarind.eu/2009/02/26/non-c’e-niente-da-vedere/

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