L’equivoco della democrazia

Pensieri indirizzati a quei parlamentari che considerano i propri principi come denti cariati da curare ricoprendoli d’oro.

Durante la Seconda Repubblica si è aperto un abisso tra onestà e Parlamento; si è riuscito a normalizzare l’osceno in faccia agli italiani, senza alcun argomento politico si è cominciato a offrire poltrone, appalti e fette di potere in cambio di sostegno al Governo.

In questi giorni, Silvio Berlusconi ha iniziato a colmare il vuoto lasciato dai parlamentari del FLI e di tutti quelli che lo hanno abbandonato durante questa legislatura. Al momento ha appena tre voti di vantaggio, ma appena finite le votazioni del 14 dicembre ha candidamente ammesso che non vede difficoltà insormontabili per ampliare i risicati numeri su cui può contare oggi il proprio esecutivo.

Parole dette serenamente, per confermare che ogni onorevole è considerato dal Presidente del Consiglio non come un essere vivente, bensì come un elemento strumentale, rimpiazzabile ad oltranza.

Nessuno si scomodi a informare di quest’evidenza la maggioranza dei parlamentari che hanno votato la fiducia a questo Governo. La sanno e non perdono un’occasione per dimostrare che se ne fregano. Non si curano della propria dignità e del proprio amor proprio, figurarsi di quello degli italiani.

Il risultato è che non esiste nessun piano governativo su cui si basa la neonata maggioranza se non quello del mantenimento del potere. Tutto il resto è funzionale, è la disumanizzazione totale di tutti i rapporti politici, ormai ridotti ad essere come quelli tra una cosa e colui che se ne serve. Tristemente, è necessario aggiungere che la cosa in questione è il Parlamento, la democrazia e colui che se ne serve è Silvio Berlusconi.

Martedì 14 dicembre 2010, intanto che nelle due Camere c’era una compravendita in corso, per proteggerle dal popolo che le ha elette era stata tracciata una zona rossa.

L’Italia con le sue urgenze e i suoi bisogni reali non poteva entrare tanto meno avvicinarsi ai due rami del Parlamento.

Nelle solite ore il debito pubblico nazionale toccava un nuovo record e questa non è una notizia eccezionale perché succede ogni giorno: l’attuale politica economica italiana si basa su un debito pubblico che vale più di ieri e meno di domani.

Quest’aspetto, insieme all’aumento della pressione fiscale sta portando allo stringere della base sociale del benessere. Per valore economico e per libertà politica l’Italia sta uscendo dall’Occidente, si sta tramutando in una palude e Silvio Berlusconi di questo pantano ne è il sultano oppure il rospo, come preferite.

La democrazia in Italia c’è ancora, ma vive sommersa nella marea del materialismo.

Nel disincanto nazionale, garriscono i leccaculo in Parlamento come in televisione, spacciano narcolessia, formaggini, camicie aperte e gambe nude, interpretano l’informazione come liturgia del potere, senza alcun talento se non quello di vivere senz’anima.

Da sette anni vivo fuori dal mio Paese e posso dire che di quell’aspetto serissimo che è la crisi internazionale l’unica cosa buffa rimasta sembrano essere gli italiani, ma per quanto?

Chi scrive queste parole è un semplice italiano all’estero, uno dei tanti laureati trilingue in giro per il mondo che nella città dove ha scelto di vivere lavora il doppio per dimostrare di valere la metà e lo fa ogni giorno e volentieri.

Chi scrive è un apolide suo malgrado che non ha dimenticato la fierezza delle proprie origini, che Silvio Berlusconi è solo una squallida meteora, seppur lunghissima della storia gloriosa di cui può fregiarsi il proprio Paese.

Chi scrive è qualcuno in esilio preventivo che per le ultime signore e signori che hanno vilmente aspettato le ore precedenti alla votazione della fiducia per smascherare le proprie intenzioni e per offrire il proprio sostegno all’attuale governo sarebbe pieno di domande, ma che invece ne farà solo una, anzi due:

Una vita senza dignità che vita è?

Una vita senza orgoglio e senza valori, a cosa serve?

Cordialmente,

 

 

Articolo pubblicato su: http://www.innovatorieuropei.com/redazione/editoriali/l’equivoco-della-democrazia

Alessandro Berni

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