Empire state of mind

Da New york, Alessandro Berni

Nella storia dell’umanità, esistono date che sono come spartiacque, anelli congiunturali tra un’era e l’altra.

Il 10 gennaio 49 a.C., Giulio Cesare passa il Rubicone. Alea iacta est: finisce il mondo antico e comincia la storia di Roma.

Il 4 settembre 476, viene deposto Romolo Augusto, un ragazzino, ma anche l’ultimo imperatore dell’impero romano d’Occidente.

Il 12 ottobre 1492, con lo sbarco di un genovese nelle Americhe si riconosce la fine del Medioevo e la nascita della cosiddetta Età Moderna.

Il 14 luglio 1789, Parigi, scalza e malvestita assalta la Bastiglia. È l’inizio della rivoluzione francese, dell’Evo Contemporaneo. Da lì a poco, si sarebbe decapitato tanto sangue blu, si fa un decisivo passo verso la nascita di democrazie a elezione popolare.

Il 6 agosto 1945, Hiroshima scompare dentro una nuvola gialla e comincia l’era atomica.

Si sa che un uomo per nascere ha bisogno di nove mesi, ma un’epoca?

Ognuno si ricorda dove era e con chi l’11 settembre 2001, data simbolo per indicare la fine di un mondo e la nascita di qualcosa di finora mai nato, di sfuggente e in costante e rapidissima evoluzione.

Quel giorno, due aerei si schiantarono contro le torri gemelli. Dalla skyline di New York scomparvero sette palazzi, l’intero World Trade Center. Altri due aerei vennero dirottati nei cieli di Washington e un buco enorme lacerò il Pentagono.

Dissolto il fumo di questi attentati, il mondo si scoprì globale e insieme cominciò ad avere paura.

I mass-media cominciarono a gridare al nemico invisibile.

Il governo americano impose ai propri canali televisivi, a tutto il mondo, un aut aut perentorio: o con la Casa Bianca o con i terroristi. Non poteva esistere un’altra alternativa.

Non si sa in cielo, ma almeno in politica the butterfly effect is real: crolla un tassello a Manhattan e scoppia una guerra in Medio Oriente e un’altra in Asia.

A Guantanano (Cuba), si apre una prigione speciale per detenuti ritenuti collegabili ad attività terroristiche.

Oggi, per entrare negli Stati Uniti, si deve fare lo screening delle proprie dieci impronte digitali, una macchina fotografica computerizzata immortala l’immagine di ognuno. I dati vengono confrontati istantaneamente con quelli dei terroristi e dei criminali raccolti in un archivio elettronico.

Oggi, Bin Laden è morto. Il terrorismo islamico è ridimensionato, squartato da centinaia di arresti e uccisioni di membri di Al Qaeda. La paura di un nuovo attentato è flebile, distolta da altre preoccupazioni, come quelle per un nuovo contagio, per il prossimo uragano, per la crisi economico-finanziaria.

Oggi, l’Occidente vacilla, e con lui gli Stati-Nazione di tutto il mondo in fase di fagogitazione da parte di multinazionali ed enti sovranazionali quali WTO e FMI, ovvero organismi i cui dirigenti e funzionari non sono eletti da alcun popolo, ma le cui decisioni hanno un peso cruciale sui cittadini di tutto il mondo.

Oggi e dal quel giorno, New York è cambiata. Rispetto a prima si partecipa a meno feste, la sera si va a letto un po’ prima. Fra la gente comune è aumentata la voglia di essere solidali.

Oggi, commemorazioni, voglia di ricordare, di essere forti, di essere uniti, riempiono locali e pensieri.

Per le strade di Manhattan e degli altri quartieri è raro, ma possibile trovare qualche adesivo e volantino proporre slogan e siti Internet che mettono in discussione la versione ufficiale dell’11 settembre, ma ancora il dolore dell’accaduto è più forte di qualsiasi teoria del complotto.

Oggi, New York è l’ex capitale del mondo, di un mondo che oggi di capitali assolute non ne ha più.

Oggi, domandarsi come sta New York, significa ancora chiedersi come va il mondo.
New York è viva e in piedi; ferita, ma non più sanguinante; spaventata, ma cocciutamente ottimista.

New York è i lavori manuali che parlano con accento messicano, è Wall Street con gli occhi sempre più a mandorla.

New York e sembra che ovunque ti vendano da mangiare, che dappertutto ti vendano qualcosa.

New York e ti bastano una maglietta e un paio di scarpe da ginnastica per vestirti come loro, come tutti.

New York e sono spariti i libri dalle metro, sostituiti da tablet e iphone per pensare sempre più velocemente, sempre con meno profondità. New York e a dire il vero sono pochi anche quelli. Di certo di quantità inferiore al numero di sguardi vuoti, di mani appoggiate che riempiono e svuotano ogni vagone.

New York e sembra che ci siano proprio tutti: ogni comunità del mondo ha il suo quartiere o, per lo meno, la sua strada.

New York e la sua piazza simbolo che si chiama Times Square. Un po’ di gente con della pubblicità intorno.

New York è davvero cool, grande e meticcia, è omogeneizzante e discontinua.

New York e la sera per strada c’è sempre meno gente, sempre più persone passano il loro tempo libero in compagnia di Internet.

New York è la ricchezza che ha rinunciato all’eleganza, è la povertà che non ha smesso di sognare.

New York e capisci perché Obama ha vinto le elezioni.

New York e puoi vedere un cane e il proprio padrone indossare il solito modello di occhiali da sole.

New York e il furgone Ford dell’A-Team che ti attraversa la strada ogni cinque isolati.

New York è una signora di settant’anni che appoggiata al suo bastone ti dice dopo il sindaco Giuliani la città è molto più sicura, ma prima si rideva di più e la gente era più libera.

New York è entusiasmo esibito, è ancora il posto dove scoraggiare qualcuno è peccato mortale.

New York e la moda degli anni ottanta, la nostalgia del mondo prima della globalizzazione, nata ed esplosa durante l’ultimo decennio del secolo scorso con il benevolato dei due governi Clinton.

New York e quel passo un po’ incurvato, testa alta e collo piegato in avanti, verso e oltre la prossima crisi.

New York che se oggi di questo presente non può esserne la capitale, di certo ne è ancora il polso. Qua e nel resto del mondo è in aumento il numero dei ricchi come quello dei poveri; si è allungata e di molto la piramide sociale di una comunità sempre più esigente, ma distratta, integrata e sospettosa.

New York e il mondo che stringono i denti, intanto che aspettano che l’ambientalismo ovunque; che il sindacalismo e l’inflazione in Oriente insieme a una nuova e vera regolamentazione dei mercati finanziari siano da contrappeso per l’attuale mercatismo; da appoggio per una nuova comunità mondiale appena nata, ma che già ogni mattina si sveglia e sembra dirsi Moving on, parola d’ordine ripetuta come un mantra per confermare a se stessi e al prossimo che è arrivato il momento di uscire fuori dalla crisi, di darsi da fare.

http://www.fareitalia.com/556_empire_state_of_mind

Advertisements
This entry was posted in Totally Optional and tagged , , , . Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s