Il giornalista che apparteneva a una destra che non c’era

Indro Montanelli nacque a Fucecchio nel 1909 e prese congedo dai suoi lettori a Milano nel 2001. Fu giornalista e scrittore e la macchina da scrivere lo accompagnò per tutta la sua lunga vita.

Diventò giornalista nonostante l’opposizione della famiglia, soprattutto del padre, preside di stampo carducciano, che del giornalismo affermava che non si trattava di una professione seria. 

Indro Montanelli indossò la prima camicia nera a undici anni.

“Mi sono spesso domandato cosa sarebbe successo se la marcia su Roma l’avessero fatta i comunisti”, affermò durante un’intervista. E invece su Roma, il 28 ottobre 1922, marciarono i fascisti.

Indro Montanelli conobbe anche Benito Mussolini. Di quel suo unico incontro, ricorda soprattutto una frase del duce: “il razzismo è roba da biondi”. E Montanelli, che in quei giorni era bello, giovane e biondo, si mise a ridere e capì che Mussolini non ce l’aveva con lui.

Il suo più grande maestro lo conobbe a vent’anni, si chiamava Leo Longanesi.

Con Longanesi litigò spesso e si scontrò con lui anche quando decise di lasciare il regime fascista. Longanesi gli disse che doveva restare e contrastare il regime da dentro. Indro Montanelli se ne andò perché, secondo lui, combattere il fascismo da dentro proprio non era possibile.

Pagò con la prigione il suo anti-fascismo dimostrando un attaccamento alla libertà e al coraggio che lo avrebbe accompagnato tutta la vita.

Questo “salto politico” opposto non fu l’unico di Montanelli. Nel 1946 votò monarchia, quindi s’iscrisse al partito repubblicano. Spesso e volentieri si turò il naso ed andò a votare DC. Una sola volta, a suo sentire, votò socialista.

Gambizzato nel 1977 dalle brigate rosse. Ogni volta che gli chiedevano di parlare di quest’argomento, lui poco prima o poco dopo di rispondere, sentiva il bisogno di ricordare

che durante la sua vita lo avevano odiato anche i fascisti.

Nel 1991, fu proposto il suo nome come senatore a vita. Con una lettera all’allora Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, rifiutò scrivendo: “Purtroppo il mio credo è un modello di giornalista assolutamente indipendente; questo m’impedisce di accettare l’incarico.” Questo perché era convinto che un bravo giornalista dovesse essere narratore e non attore politico.

Dal 1974 al 1994 fu direttore de il Giornale. L’anno in cui l’imprenditore Silvio Berlusconi scese in politica, Indro Montanelli si dimise poiché si verificò una rottura insanabile con la proprietà.

“Me ne vado perché mi è stato chiesto di utilizzare la clava e questo strumento non fa parte del mio armamentario di giornalista.”

Da pro-Berlusconi, divenne anti-berlusconiano. La decisione non fu un cambio d’idea deciso in un’unica notte, bensì una scelta convinta, maturata negli anni, aggravata dalle perplessità che aveva nei confronti delle ambizioni politiche del proprietario del giornale che per vent’anni aveva diretto.

Borghese ed anti-borghese in quanto la borghesia italiana era il surrogato di quella cui aspirava lui: la borghesia che era uscita vittoriosa dalla prima guerra mondiale.

Si lamentava spesso che in Italia la borghesia non c’era e che se c’era, lui non la vedeva, casomai ciò che riconosceva era soltanto una classe media spesso mediocre.

Indro Montanelli di sé diceva che apparteneva a una destra che in Italia non esiste, quella dei grandi Padri della Patria del Risorgimento.

Con i suoi articoli contro-corrente, confessò i peccati degli altri dimostrando una cattiveria uguale per tutti. Consapevolmente offriva opinioni da conservatore anche quando nel frattempo sosteneva che in Italia non c’era più niente da conservare.

Anti-comunista tutta la vita, riconobbe al comunismo una valenza motrice unica, poiché a suo dire tutto il secolo millenovecento ruotò intorno a questa parola. Sempre per tutta la vita detestò lo statalismo.

Degli italiani pensava che fossero un gregge indisciplinato, invidioso, servile nel dna, che non gli andava giù che qualcuno potesse chiamarsi fuori e vivere senza essere né pecora, né pastore né cane da guardia, che qualcuno potesse vivere come lui.

Uomo libero conobbe bene due papi; tutti i capi di governo italiani dal ventennio in poi. Frequentò sempre i più importanti giornalisti, scrittori ed intellettuali d’Italia e con loro instaurò sentimenti di amicizia e schiette antipatie più o meno reciproche.

Indro Montanelli durante gli anni della vecchiaia ebbe soprattutto un forte rammarico: “Mi sono ritrovato ad essere una contestazione vivente. E questo è un grosso dispiacere”

Talento eccezionale, Indro Montanelli sapeva scriver chiaro. Sapeva andare, guardare e raccontare. E intanto che lo faceva, appena poteva, scriveva addosso al lato debole di ogni ideologia.

Quando provava a fare la professione della Cassandra era una schiappa:

Supplicò Silvio Berlusconi nel 1994 di non entrare in politica. “Se entri ti faranno a pezzi”, Gli disse. “Mi faranno a pezzi se non entro”, Rispose l’attuale primo ministro. Ed aveva torto marcio il vecchio giornalista e maledettamente ragione l’aspirante politico.

Indro Montanelli come un artigiano spese la sua vita nel suo mestiere: quello di scrivere.

Giornalista sempre, anche quando da pensionato si ritrovò a parlare di se stesso con altri anziani come lui seduto su una panchina.

Indro Montanelli se la prese con molti suoi colleghi. Amava ricordare che un giornalista ricco puzza, puzza parecchio. E poi si lamentava che il giornalista italiano è nato servo, al servizio del potere, in funzione dello stesso. E lui, un uomo grande, troppo grande come ricordò per commentare la sua morte Massimo D’Alema, la propria schiena al servizio del potere non la inchinò mai.

http://www.fareitalia.com/287_il_giornalista_che_apparteneva__a_una_destra_che_non_c_era

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