Il trionfo americano di un film neorealista

Da New York, Alessandro Berni

Nel cinema esistono molto classificazioni, ma ce n’è soprattutto una: esiste il cinema ne-realista italiano e il cinema che neorealista italiano non è. La nostra vita, girato e premiato nel 2010 con la palma d’oro a Cannes per l’attore protagonista Elio Germano, fa parte della prima categoria citata e ancora oggi continua a meritarsi in tutto il mondo sale ed applausi grazie all’edizione N.I.C.E. Festival del 2011 e all’impegno della direttrice Viviana Bianco e di tutto il suo staff che ha permesso al film di Daniele Luchetti di approdare per la prima volta negli Stati Uniti e a New York.

Premiato in Francia, applaudito in America e trascurato da una distribuzione italiana ahinoi ingolfata dai purtroppo arcinoti cinepanettoni, l’opera è un esempio moderno di un film completo per regia, sceneggiatura e interpreti. Elio Germano, Raul Bova, Isabella Ragonese, Luca Zingaretti, ovvero un cast di attori navigati e professionisti che ben si miscela con attori appena nati ai quali viene chiesto di indossare i panni e il solito carattere di tutti i giorni per un’opera girata come un documentario.

Siamo nelle periferie di Roma, dove gli extracomunitari si chiamano negri e i romeni, zingari. Tra lavoratori a nero, spacciatori e prostitute redente, l’opera ha il dono di far empatizzare lo spettatore con chiunque incontra senza dare il tempo a giudizi sociali, ma riempiendo i volti di chi guarda con lacrime e sorrisi che si alternano in continuazione. Non è a un carico di lupini malavogliano, ma ad un cantiere in sub-appalto che il protagonista, Claudio, si appella per superare il proprio dolore personale e riscattare il destino della sua famiglia “per dare ai propri figli tutto quello che glie manca e pure quello che non c’hanno mai avuto”.

Dentro uno scorcio di realtà crudo e candido, il film riproduce la complessità etnica e sociale della periferia della nostra capitale, il calore familiare di tante anime fragili con sguardo scaltro e poetico, svelto de capoccia e sincero. Il lavoro di Daniele Luchetti ha il merito di essere rinfrescante nel contesto apatico dell’offerta cinematografica italiana grazie alla capacità di saper cogliere la contemporaneità così com’è, mai mollare il momento per estrarne il pathos dei suoi interpreti sempre viscerali e incazzati.

C’erano una volta Fellini, Flaiano e Mastroianni, consacrati dal mito e dal tempo. Per questo film, il cinema italiano ha giocato le carte Luchetti, Petraglia e Germano. Il risultato è un film riconosciuto d’interesse culturale per l’Italia dal ministero della Cultura del nostro paese e nel mondo. Non importa quanto continuerà a durare la meteora di superficialità e cialtronismo che sta attraversando il nostro sistema politico, sociale e culturale. Un’opera brillante e profonda come La nostra vita, così come resterà indelebile e ben presente nella memoria di chi l’ha assistito, senz’altro si posizionerà in alto fra i film più apprezzabili, veri e interessanti di quest’epoca, con il merito di aggiungere una nuova pagina di bellezza al cinema neorealista italiano.

www.fareitaliamag.it/2011/11/12/il-trionfo-americano

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