Ironia e intelligenza più forti della censura

Siamo in Italia alla fine degli anni sessanta.

Il Paese contadino della fine del secondo dopoguerra dopo solo una generazione si scopre potenza mondiale.

Se il sistema economico riuscì a crescere all’ombra del muro di Berlino, in piena guerra fredda, il sistema politico visse gravi momenti d’instabilità anche condizionato dai gravi attentati di quel periodo storico che è ricordato come gli anni di piombo.

Tra il 1969 e il 1984 furono innumerevoli le stragi di cittadini e uomini di Stato con esecutori e mandanti che spesso sono rimasti ignoti.

Rivedere quegli anni significa doversi ritrovare a specchiarsi di fronte all’argomento strategia della tensione ovvero quella teoria interpretativa che insinua la partecipazione nascosta (o il benestare) di deviate parti di Stato in azioni terroristiche ai danni del proprio popolo.

Una delle stragi più chiacchierate è quella di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 quando esplose una bomba all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano provocando 17 morti.

Nelle ore e nei giorni successivi all’attentato furono fermate per accertamenti circa 80 persone. Fra queste, l’anarchico Giuseppe Pinelli che il 15 dicembre secondo la versione ufficiale si suicidò gettandosi dal quarto piano del commissariato di Polizia di Milano.

Per questa strage, il 3 maggio 2005, la Corte di Cassazione ha assolto definitivamente gli ultimi indagati e per la morte di Giuseppe Pinelli,

la Magistratura si è pronunciata in modo univoco, nel senso della morte accidentale dell’anarchico.

Ed è proprio Morte accidentale di un anarchico il titolo di uno dei più intelligenti e politicamente impegnati spettacoli teatrali del premio Nobel Dario Fo.

Lo spettacolo venne messo per la prima volta in scena il 10 dicembre 1970 al Capannone in Via Colletta di Milano.

Con quest’opera, attraverso verbali processuali, articoli di stampa e interviste si rimise in discussione i fatti che provocarono la morte di Giuseppe Pinelli.

Se gli atti ufficiali raccontano di un uomo che precipita e muore,

secondo la ricostruzione di Dario Fo, viene messo in scena un uomo che prima muore e poi precipita.

Le rappresentazioni provocarono contro il premio Nobel più di quaranta processi in varie parti d’Italia tanto che per l’organizzazione delle date, come ricorda scherzando Dario Fo: « Luoghi e calendario della tournée erano organizzati in base ai processi che dovevamo sostenere. »

Per ovviare nuove denunce e anche a causa del numero di testimonianze che si aggiungevano al caso, la drammaturgia nei primi due anni e mezzo venne cambiata tre volte.

In particolare, Dario Fo, sostituisce il luogo e il tempo della rappresentazione raccontando l’analogo caso di un altro anarchico italiano, Andrea Salsedo, morto in circostanze simili a quelle di Giuseppe Pinelli durante un interrogatorio a New York nel 1920.

Grazie a questo escamotage, Dario Fo poté continuare ad andare in scena offrendo una rappresentazione che, intanto che si dileggiava del potere, ci ricordava che la verità sulla strage di Piazza Fontana era lontana.

Già allora, l’opinione pubblica italiana era fortemente influenzata dalla televisione e Morte accidentale di un anarchico deve essere considerato come uno dei rarissimi momenti in cui il teatro sia riuscito a far sentire la propria voce e abbia avuto un decisivo ruolo comunicativo su un argomento politico.

Per una mente onesta e creativa, le costrizioni informative, le corde all’intero del quale cercare la verità, affrontare il ring delle proprie emozioni non devono essere vissute come un freno scoraggiante, ma un’opportunità artistica per garantire all’opinione pubblica la forza dei propri valori, il coraggio delle proprie idee.

La storia della letteratura e dell’informazione ricorda un lunghissimo numero di opere di autori che abbiano fatto fare ai propri testi salti temporali e modifiche di spazi per ovviare la censura e contestare un’ingiustizia.

Su tutte, è significativo ricordare che quando Alessandro Manzoni scrisse il celebre romanzo storico I promessi sposi, l’Italia non era libera perché occupata dagli austriaci.  Per questo lo scrittore ambientò le pagine del suo romanzo durante la dominazione spagnola del XVII° secolo per denunciare liberamente i soprusi del potere contro tanta gente semplice, due ragazzi innamorati.

Perché si sa: un abuso è sempre un abuso.

Alessandro Berni

http://www.fareitalia.com/476_ironia_e_intelligenza_pi_forti_della_censura

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