Macondo ha smesso di ricordare

Una delle menti più fantastiche e brillanti del Sudamerica ha preso congedo dal proprio pensare. Il genio di Gabriel García Márquez è sprofondato nel buco nero dell’Alzheimer.

“Gabo non finirà la sua autobiografia, vivir para contarla.” Poche misurate parole da parte della propria famiglia per spiegare che il grande scrittore ha dimenticato come si fa a scrivere.

Secondo l’amico e giornalista Plinio Apuleyo Mendoza la malattia, che già si era portata via la madre e tutti i fratelli, aveva raggiunto Marquez almeno cinque anni fa. «L’ultima volta che ci siamo parlati è stato nel 2007. Mi fece domande del tipo: quando sei arrivato qua? Dove abiti? E intanto che parlavamo continuava a ripetere le cose. Quindi andammo a pranzo e si ricordò di eventi accaduti 30 o 40 anni fa e la sua memoria era tagliente come sempre. Oggi Gabriel non riconosce neanche gli amici.”

Premio Nobel per la letteratura nel 1982, Gabriel García Márquez e il suo realismo magico ci hanno insegnato che i sintomi dell’amore sono gli stessi del colera; che è sconcertante tanto il pensiero che Dio esista quanto quello che Dio non esista. Con le sue pagine abbiamo imparato che il cuore ha più stanze di un bordello e ogni volta che mangeremo una mandorla acerba ricorderemo il destino degli amori contrastati.

In uno degli ultimi pensieri della propria autobiografia interrotta, il maestro colombiano ha scritto: la vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla. Quello che si è dimenticato di aggiungere è che la sua memoria ha lasciato questo presente per volarsene a Macondo, città immaginaria e immaginifica di cent’anni di solitudine, dove, insieme ai suoi vecchi e nuovi lettori, potrà all’infinito continuare a fabbricare e fondere pesciolini d’oro, vivere insieme alle imprese delle sette generazioni della famiglia Buendía e del loro fato, beffardo e maledettamente già scritto come quello del loro autore.

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