Un giglio malato che si recise da sé agli inizi della propria primavera

Delicata, pittorica e disperata, l’arte fotografica di Francesca Woodman arriva al Guggenheim di New York per una retrospettiva che sfoglia e racconta la muta implosione di una mente.

Francesca Woodman è morta. Suicida all’età di 22 anni.

Un lancio nel vuoto mise fine alle angosce del proprio corpo, ad una vita quasi senza parole, riempita di fotografie, autoscatti della propria brama di non-esistere.

Nuda dentro prima che fuori, per tutta la vita Francesca Woodman si è auto-imposta un lavoro fotografico pesantemente psicologico affrontato con un raro grado di sofisticatezza.

Come braccata dal proprio male di vivere, l’artista ha passato la propria vita a ritrarsi con purezza e ossessione. Con il suo talento avrebbe potuto immortalare tanti desideri, invece ne scelse soprattutto uno, quello di riportare l’organico all’inorganico.

La retrospettiva che il Guggenheim le dedica arriva dal Moma di San Francisco ed è composta soprattutto da foto di piccolo formato, da vedere una ad una, con lentezza e da vicino.

Alle centoventi foto in bianco e nero di dimensioni minute se ne aggiungono alcune di larga scala parte del progetto Temple Project. Naturalmente, il tempio in questione, è il corpo dell’artista e nient’altro. Alle foto si aggiungono sei cortometraggi che la Woodman aveva realizzato duranti gli ultimi mesi di vita e tracce dei suoi due progetti editoriali fra cui Some disordered intention geometric, opera realizzata a Roma tra il 1977 e il 1978, ottenuta attaccando foto e scrivendo sopra un libro di basi di geometria elementare.

In particolare, quest’ultimo lavoro permette di riflettere sull’incontro tra la geometria, esatta scienza dell’estensione e il compulsivo bisogno di estendere verso l’infinito l’ego di una bambina di neanche vent’anni.

La mostra traccia bene l’abilità nel celebrare il proprio corpo come una bandiera del proprio male di vivere. Ripercorrendo le tappe della sua giovinezza che Francesca Woodman visse a Rhode Island, Roma e New York, in ogni scatto l’artista si dimostra martire moderna del proprio narcisismo, spaventata guerriera in vita; maestra fotografica in morte.

Francesca Woodman Untitled (from the Angels series), Rome, 1977 Gelatin silver print, 7.6 x 7.6 cm Courtesy George and Betty Woodman © George and Betty Woodman

Incapace di non fare altro che far ricadere ogni pensiero su di sé, l’artista aveva il dono di saper scegliere desolanti luoghi domestici o spazi aperti estremamente semplici dove posava immobile riempiendoli di sé e nient’altro.

Se Francesca fosse un angelo sarebbe caduto, se fosse una foresta sarebbe in inverno, se fosse una casa sarebbe abbandonata. Nelle sue foto è tutto questo, ma è soprattutto una mente smarrita dentro un corpo nudo e fragile. Se spesso negava il volto alla macchina fotografica praticamente ogni volta è riuscita a ritrarsi come vittima di colpe ataviche e insite nel genere umano.

Lo sguardo complessivo sembra essere un’unica e sospirata richiesta di aiuto, di spengere il dolore che abita la mente dell’artista, a qualunque prezzo. Il risultato dell’esposizione è un ammaliante ventre gelido che avvolge il visitatore in un’aura di sofferenza, in un bisogno matto e mimetico di scomparire, nel silenzio, fra le urla.

 

Alessandro Berni

Articolo pubblicato su: http://thetamarind.eu/2012/07/10/francesca-woodman/

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