Martini: non chiamatela eutanasia

Rifiuto dell’accanimento terapeutico e richiesta di eutanasia sono due concetti vicini che si rassomigliano come fra loro pioggia e nebbia. Ciclicamente, l’argomento si presenta all’opinione pubblica, attraverso casi di cronaca eclatanti per storia e condizione di salute del malato oppure per notorietà del paziente coinvolto.

Questa volta la riflessione torna insieme alla fine terrena del cardinal Martini. Carlo Maria Martini in vita ebbe il merito di procurarsi la stima tanto all’interno del clero cristiano e di altre religioni, quanto fra i laici, atei e agnostici compresi. A questa figura pubblica così diffusamente apprezzata, si deve il merito di sollecitare un nuovo dialogo sul diritto alla dolce morte che nasce serio e pacato come la persona che attraverso il proprio decesso l’ha provocato.

Il cardinal Martini è morto il 31 agosto 2012 a Gallarate dopo aver chiesto la sospensione dell’accanimento terapeutico. La giurisprudenza afferma che non è configurabile come eutanasia il rifiuto dell’accanimento terapeutico riscontrabile nei casi in cui la morte è imminente e inevitabile attraverso la sospensione di trattamenti gravosi e sproporzionati per il malato da parte del medico.

Sempre figlia del dolore è la definizione della classe di eutanasia più verosimile al rifiuto dell’accanimento terapeutico, ovvero quella passiva riconducibile all’interruzione o all’omissione di un trattamento medico necessario alla sopravvivenza dell’individuo. Presumibilmente, la differenza fra le due definizioni pare abitare innanzitutto nell’imminenza della morte del malato per il quale si congettura la sospensione della cura. Deduzione soggettiva e imperfetta che per perfezionarsi non può attingere da una legislazione nazionale che chiarisca per quale malattia o stato di salute di un paziente la sospensione della cura può essere catalogata come rifiuto dell’accanimento terapeutico piuttosto che eutanasia passiva.

Commentando la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 26 agosto del 1789, Charles Baudelaire scrisse che i redattori di questa carta avevano dimenticato un diritto altrettanto cruciale a quelli presenti. A suo dire, era stato omesso il diritto alla contraddizione. L’uomo contemporaneo, sempre in più Stati del mondo si interroga se fra i diritti universali dell’uomo non sia lecito aggiungere anche il diritto di morire, in particolare quando del proprio esistere non è rimasto che il dolore.

Quando la medicina mantiene la vita, ma umilia e offende la dignità dell’uomo, è un argomento intimo e universale che il cardinale Martini con la sua consueta serenità e saggezza ha affrontato e dibattuto più volte, in particolare in una lettera dedicata a Welby http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Attualita%20ed%20Esteri/Attualita/2007/01/cmmartini_210107_io_welby_morte.shtml , la cui moglie commentò: «Il suo intervento su mio marito mi ha scaldato il cuore»; ed alcuni passi dei dialoghi con Ignazio Marino raccolti nell’opera Credere e conoscere.

Nel giorno dedicato alla memoria di Carlo Maria Martini è d’uopo l’invito a sfogliare questi testi, per un viaggio emotivo il cui arrivo rischia essere il congiungimento fra le definizioni di rifiuto dell’accanimento terapeutico e eutanasia passiva nell’animo dei suoi lettori oggi, nella legislazione del nostro Paese domani.

Alessandro Berni

Articolo pubblicato su: http://www.imille.org/2012/09/martini-chiamatela-eutanasia/

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