New York vista da Los Angeles

Intervista con Peter Frank, storica firma del “Village Voice”, oggi critico d’arte per “LA Weekly” e figura di spicco del panorama artistico di Los Angeles.

Peter Frank

Peter Frank

Mr. Peter, si ricorda quando ha deciso di lasciare New York per Los Angeles?
Ho deciso di andarmene nel 1986 e l’ho fatto un anno dopo.

Quale fu la ragione principale?
Artisticamente parlando, New York era diventata troppo commerciale. Mi accorsi che niente di nuovo riusciva a nascere in questa città.

E questa sua opinione è valida ancora?
Certamente.

Ma allora dov’è possibile trovare le novità?
In tanti posti. A Los Angeles, a Berlino, in India, ma non più a New York.

Quali sono i motivi di questo crollo della supremazia artistica della città?
L’emergere di un mercato globale dell’arte, quanto il sorgere di altri grandi e importanti centri di produzione artistica oltre che di valorizzazione commerciale. A questo si deve aggiungere la crescente importanza delle fiere. Anche le dinamiche legate a Internet rendono meno necessaria la presenza fisica di un artista a New York. La Grande Mela non è più l’epicentro dell’arte contemporanea, tutto qua.

Tanti anni fa, per il Village Voice, ha scritto: “Lo spirito delle avanguardie è morto a causa di un over-teorizzazione dell’arte da parte della critica”. Questo assioma è valido ancora oggi oppure si sono aggiunti altri killer alla morte delle avanguardie?
Se accademizzazione e over-teorizzazione hanno ucciso lo spirito dell’avanguardia, il mercato dell’arte ha ucciso l’avanguardia in sé. Le produzioni artistiche vengono realizzate in funzione della domanda piuttosto che del gratuito impulso creativo. Il contesto in cui un artista opera è quello di monetizzazione delle proprie idee oltre che della propria identità, laddove chi compra e vende arte è riuscito a conquistare un’autorità nettamente superiore a qualsiasi discorso artistico.

Peter Frank

Peter Frank

Gli ennesimi record delle ultime aste sono da considerarsi una buona o cattiva notizia per il mondo dell’arte?
Arrivati al punto dove siamo arrivati, un nuovo record dei prezzi non aggiunge niente. Questi acquisti provengono da un minuscolo mondo di multimilionari e hanno il resto del mondo come spettatori. Casomai l’argomento è il destino delle opere acquistate. Se queste spariscono nelle dimore remote di misteriosi oligarchi l’acquisizione si trasforma in una perdita per la collettività. Se invece ai lavori si concede la visione presso diverse istituzione pubbliche, allora è doveroso riconoscere una sorta di filantropia estetica per tutti noi.

Finanziariamente parlando, l’arte sembra spaccata in due mondi distinti e lontani fra loro: quello sempre più ricco e potente delle mega galleries, di Madison Avenue e delle aste record, e quello delle altre gallerie in quotidiana crisi e precarietà. Attraverso quali misure musei e critica d’arte potrebbero mitigare questa rottura?
Tutto ciò che possiamo fare è riconoscere questa considerazione come un fatto e prestare primaria attenzione ad artisti, gallerie e istituzioni che non sono al top, ma che spesso lottano per sopravvivere. Questo intanto che, almeno negli Stati Uniti, i musei stessi sono sempre più in balia di mega-poteri; che le mega-galleries si stanno avvicinando ai musei stessi con i loro costosissimi e ben curati show.

Qual è il futuro della critica d’arte, o meglio, la critica d’arte ha ancora un futuro?
La critica d’arte ha un futuro fino a quando la gente avrà voglia di parlare di arte piuttosto che farla o guardarla. E parlare, servirà ancora almeno a chi continuerà ad avere voglia di fare arte e di andarla a vedere.

Per concludere, da dove nasce una buona critica d’arte? Internet deve essere considerato un alleato o un nemico?
La buona critica d’arte deriva dall’amore per la riflessione e per la scrittura; da scrittori che considerano seriamente il proprio lavoro come un servizio pubblico e non soltanto come un’ossessione personale o di sostegno a qualche potere. In questo Internet può aiutare nella diffusione della critica d’arte, anche se, bisogna ammetterlo, dà purtroppo anche spazio ad autori irresponsabili e poco informati.

Articolo pubblicato su Artribune

Alessandro Berni

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