Arturo Di Modica. Il padre del toro più famoso al mondo

Conquistò un’attenzione planetaria venticinque fa, quando abbandonò un toro in bronzo a due passi da Wall Street. Oggi Arturo Di Modica ha ancora voglia di stupire, di realizzare progetti sempre più grandi. Siamo andati a parlarne con lui nel suo studio a Tribeca.

Arturo Di Modica

Maestro, vorresti condividere con noi i ricordi del tuo arrivo a New York?
Appena arrivato, la prima decisione fu dove andare ad abitare. Per capire la morfologia della città, affittai un elicottero. Mi feci un lungo giro, quindi scelsi Soho. È là che ho sempre vissuto fino a quando non mi sono trasferito a Tribeca, otto anni fa.

In quale momento della tua vita avvenne questo trasferimento?
Ricordo che avevo appena abbandonato la Scuola Libera del Nudo dell’Accademia di Belle Arti di Firenze. Con loro non era finita molto bene.

Cos’era successo?
Dicevano che ero un rompiscatole, che non volevo mai ascoltare. Quindi mi dissero: se pensi di essere così bravo, perché non lasci la scuola e apri la tua fonderia?

E tu, li prendesti in parola?
Capii che era arrivato non solo il momento di lasciare la scuola, ma anche l’Italia per New York. Arrivai in un momento magico per Manhattan. Nel 1985 comprai per 45mila dollari un pezzo di terreno fra due palazzi. Con le mie mani, insieme a due messicani costruii una palazzina alta tre piani ai quali aggiunsi altri due piani nel sottosuolo.

Arturo Di Modica, Charging Bull, New York

Parlare dei tuoi ricordi significa inevitabilmente introdurre la storia del toro di Wall Street. 
C’era una forte crisi finanziaria. Per dare un segnale di incoraggiamento, mi venne in mente di fare un toro, simbolo della borsa che cresce, per la città di New York. Lo realizzai nella casa che mi ero costruito. Lo cominciai nel 1987 e lo finii nel 1989. Mi costò 350mila dollari. Quindi lo presi e lo abbandonai davanti allo Stock Market.

E loro?
Me lo portarono via. Per tre giorni nessuno sapeva dove fosse. Alla fine riuscii a sapere che era in un deposito nel Queens.

A quel punto cosa facesti?
Quello che c’era da fare. Andai a prenderlo. Pagai la multa, mi pare fossero 500 dollari. Quindi lo abbandonai di nuovo per strada. Questa volta al Bowling Green Park, dove si trova ancora oggi e nessuno può toccarlo in quanto monumento nazionale.

Questa però non fu l’unica volta che hai abbandonato la tua arte per le strade di New York. 
Infatti. La prima volta avvenne diversi anni prima, nel 1977.

Come andò?
Decisi di lasciare per strada tutte le mie sculture. Noleggiai tre camion e una gru. Quindi partii da Soho in direzione del Rockfeller Center. Le notti prima avevo cronometrato i movimenti delle pattuglie di polizia. Sapevo che avevo meno di cinque minuti di tempo per muovere 60 tonnellate di marmo. E così feci.

Filò tutto liscio?
Insomma. Appena posata la prima scultura arrivò una guardia privata a chiederci se avevamo i permessi. Io risposi “certo, sono nella cabina del camion là in cima”. Andammo alla cabina e cominciai a fingere di cercare i permessi, intanto i miei assistenti stavano continuando a scaricare le opere. La guardia non era per niente babbea, vide che stavamo andando troppo veloce e chiamò la polizia.

Ti arrestarono?
Arrivarono sette pattuglie. Non ti so dire quanti poliziotti. Ne ricordo uno con la pistola in mano. Nessuno ebbe il coraggio di prendere l’iniziativa di arrestarmi e telefonarono al sindaco.

Abraham D. Beame?
Proprio lui. Raggiunto al telefono, scese dal letto e disse: “Voglio proprio vedere in faccia questo brass balls [palle di ottone, N.d.R.] che mi ha fatto svegliare nel cuore della notte”.

Lo studio di Arturo Di Modica

Una maniera piuttosto insolita di fare la conoscenza del prima cittadino di New York.
Direi di sì. Appena arrivato gli passai un volantino dove denunciavo il ruolo marginale dell’arte nella società. Ne avevo stampate 250mila copie.

Ne avresti una da farmi leggere? 
E chissà dove sono finite.

Dopo aver letto il volantino, il sindaco cosa ti disse?
Fate 20 dollari di multa a questo ragazzo e andatevene a dormire. Il giorno dopo, New York sarebbe stata in prima pagina sui giornali di mezzo mondo e lui questo l’aveva capito subito.

Arturo Di Modica, oggi, su quali progetti stai lavorando?
Ce ne sono tanti. Commissioni di varie sculture e un progetto che è un sogno di quando ero ragazzo: due sculture equestri e una scuola internazionale privata di scultura ad Azzurra, la mia terra di origine in Sicilia.

Questi ultimi due progetti li stai portando avanti dal tuo studio a New York?
Vivo ancora qua, ma torno in Sicilia almeno quattro volte l’anno. Anche per la mia famiglia che abita là: mia moglie Stefania e le nostre figlie Marianna e Nadia.

Com’è nata l’idea della scultura equestre?
Avevo sedici anni e m’immaginavo due cavalli grandissimi che impennavano sopra le rive del fiume Ippari. Sono quasi pronto per la loro realizzazione. Saranno in bronzo, alte quaranta metri.

E l’accademia internazionale di scultura?
La sto preparando in uno spazio di 100mila mq. C’è anche un teatro costruito al contrario rispetto a quello greco. La gente vedrà le performance da sotto e le scene si svilupperanno in aria, verso il cielo. Ho fatto portare decine di ulivi secolari. La realizzazione di questi progetti per la valle dell’Ippari e per tutta la Sicilia sarà nuova linfa vitale. Porteremo turismo e nuove ricchezze.

Lo studio di Arturo Di Modica

Un progetto molto grande. Le istituzioni ti stanno aiutando?
Sto facendo tutto da solo. Ce la posso fare.

Anche nel mercato nell’arte sei conosciuto come un felice esempio di un artista indipendente di successo. Come sei riuscito a muoverti tutta la vita senza mai legarti a una galleria?
Chi ha voluto la mia arte ha sempre saputo come trovarmi. A dire il vero da sei mesi mi lascio aiutare da una galleria in Connecticut. Otto anni fa ho scoperto di avere un cancro. L’ho sconfitto, ma oggi sono un po’ stanco.

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Parla Linda Yablonsky. Dalle colonne di Artforum e New York Times

Nella propria vita ha scritto un solo romanzo, è fra le voci più autorevoli della critica d’arte della sua città e ha il potere di far esaltare, ma soprattutto di far distruggere un evento. Non stiamo parlando del Jep Gambardella de “La grande Bellezza”, ma dell’altrettanto mitica Linda Yablonsky.

Linda Yablonsky

Signora Yablonsky, nell’Oscar La grande bellezza il protagonista è un critico d’arte che ha scritto un solo romanzo e convive con la responsabilità di poter celebrare quanto rovinare gli eventi della propria città. Questa presentazione non le ricorda qualcuno?
Dicono che abbia questo potere. Quando lavoro cerco di non pensarci, di mettere fuori ogni sentimento ed esprimermi con la massima imparzialità. Quando si scrive, lo stato emotivo può condizionarti fortemente, tanto da poter farti scrivere qualcosa di buono o di cattivo sul solito show. Partire da questa consapevolezza ti aiuta a mettere il mondo fuori, a fare spazio all’obiettività necessaria per far bene il tuo lavoro.

Il film di Sorrentino parla della grande bellezza, chimera che il protagonista rincorre, sogno dentro il quale ama immergersi, prossimo romanzo che auspica come il capolavoro della propria vita. Tu pensi mai a scrivere un secondo romanzo?
Sinceramente no. E penso raramente anche al concetto di grande bellezza. Quello che amo cercare sono in generale grandi storie da trasformare in grandi esperienze. La bellezza mi affascina quanto il tragico, due forze necessarie quanto capaci di bilanciarsi nell’universo.

Come sta l’arte contemporanea di New York?
Bene. Per New York questo è un momento positivo. È ricchissima di eventi non soltanto a Chelsea, ma in vari luoghi della città.

La crisi Lehman del 2008 è già stata smaltita?
Per il mercato dell’arte è stato un duro colpo, ma in altri settori è andata molto peggio. Le fluttuazioni e gli aggiustamenti di prezzi sono capitate prima e continueranno a succedere anche in futuro per motivi diversi.

linda yablonsky

 

Un esempio?
La sovraesposizione di arte femminile susseguita a un lunghissimo periodo di non considerazione, durante il quale i lavori creativi delle donne venivano presi poco sul serio. Ma questi sono argomenti da art dealer. Un critico d’arte non deve occuparsene.

E allora, qual è il fulcro di cui un critico d’arte si deve occupare?
Oggi il giudizio di un critico d’arte non vende i biglietti per un teatro o per un cinema. Il suo ruolo deve essere quello di informare con autorevolezza, scegliere di segnalare quello che merita di essere sottolineato, in pratica influenzare la maniera in cui la storia sarà scritta.

A proposito di storia, il nome di qualche artista per il quale prevede un grande futuro?
Potrei fartene qualcuno, ma non voglio. Per valutare seriamente il lavoro di un artista, per capire cosa è importante e cosa è cattivo, occorre una prospettiva di almeno venticinque anni. Non rientra nel mio ruolo prevedere.

Qual è il miglior approccio per scrivere una critica d’arte?
Andare a vedere uno show senza aspettative. Questo è senz’altro il miglior punto di partenza.

Quindi?
A me piace cercare di tenere presenti luoghi e circostanze relative alle opere in questione. Lo stesso lavoro, se esposto in un museo in Europa, in una galleria a New York o in uno spazio pubblico in Asia, acquista un valore completamente differente, quindi altrettanto diverso deve esserne il giudizio. È un argomento che mi ha sempre affascinato molto.

Linda Yablonsky

Sono nuovo della città. Arrivato da un paio d’anni, mi sto impegnando a visitare molti opening. In generale, sono molto sorpreso dalla scarsità di arte sociale. È condivisibile accusare l’arte di questa città di incoscienza civile?
Le foto di Che Guevara in giro non ci sono più, se è questo il tipo di arte che cerchi. Quello che puoi trovare è arte che contiene un marchio gay, oppure afro. Argomenti politici fortemente attuali nel presente di questa città.

Sarà, ma la mia impressione rimane che l’arte esposta alle pareti di questa città galleggi e talvolta affoghi nel de-pensiero e nella noia. È giusto rimproverare i galleristi di prendere pochi rischi nella selezione delle opere che espongono?
Tenere aperta una galleria a New York significa affrontare molti costi. Il lato commerciale senz’altro provoca pressioni nella scelta delle opere esposte e lascia poco spazio alle sperimentazioni. Devo riconoscere che negli Anni Ottanta l’energia di questa città era differente. Oggi l’energia che c’era allora non si sente più.

Linda Yablonsky

Internet e la critica. Come la tecnologia ha cambiato questo settore?
Aumentando le fonti, il dialogo fra critici si è fratturato in tanti luoghi. Inoltre, la gente si informa in molti più luoghi di una volta, facendo così diminuire l’autorevolezza delle fonti istituzionali.

I giornali di arte contemporanea continueranno a essere stampati anche in futuro o presto arriverà l’edizione del loro ultimo numero?
C’è qualcosa che capita a me, ma non so se succede anche alla gente normale: quando guardo una pagina di un giornale, la maniera in cui le informazioni sono organizzate, mi aiuta a conoscere l’argomento meglio rispetto al solito ragionamento presentato su uno schermo. Anche per la parte visiva, le riviste e i giornali sono in media migliori rispetto agli schermi, dove le immagini sono spesso tagliate. Credo che i giornali d’arte continueranno a vivere a lungo.

Quali sono le opportunità più interessanti che un critico d’arte può ottenere dalla tecnologia?
Velocità e comodità nel raccogliere le informazioni. Ma anche qui c’è un lato negativo della medaglia.

Cioè?
Il rischio di isolarsi troppo. Se vai a informarti su un artista in biblioteca, ti può capitare di cominciare una conversazione con il bibliotecario che ti porta a una domanda che, se tu fossi rimasto solo a casa, non ti sarebbe mai venuta in mente. Il dialogo è il sale della critica.

Articolo pubblicato su Artribune

Alessandro Berni

 

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La studio visit di un genio. Incontro con Vito Hannibal Acconci

Il maestro Vito Acconci ci ha aperto le porte del suo studio a Dumbo (Brooklyn) per una conversazione durante la quale ha ripercorso il suo cammino artistico e i suoi progetti attuali. Anche grazie alle domande fatte dai lettori di Artribune.

Vito Acconci

Vito Acconci

Quarant’anni fa il suo lavoro Diary of a Body 1969–1973 ha conquistato l’attenzione mondiale: duecento performance preparate e catalogate minuziosamente. Il tempo che si è aggiunto ha cambiato qualcosa alle sue performance?
Di quegli anni ricordo la Guerra in Vietnam. Fu un evento che mi scosse interiormente e cambiò definitivamente la mia visione degli Stati Uniti. Tolse la maschera alla faccia vigliacca del governo del nostro Paese. Il fulcro della mia serie di performance nacque dall’indignazione verso l’amministrazione pubblica.

Mi sta dicendo che le sue pubbliche masturbazioni ebbero un movente soprattutto politico?
Unicamente politico.

C’è qualche performer interessante in questo presente?
Fare performance, oggi, non ha più senso. Non serve a nulla e non capisco le ragioni di chi le fa. Non posso farti alcun nome perché non conosco nessuno. Ignoro totalmente l’arte di questi giorni.

E perché l’arte di oggi meriterebbe di essere ignorata?
È diventata un business per pochi, roba da ricchi. A me interessa essere al centro di qualcosa, e con l’arte non è più possibile, mentre invece è qualcosa che può accadere facendo architettura e design. Creando nuovi spazi architettonici riesci ad arrivare a tutti.

Vito Acconci, Step Piece, 1970

Vito Acconci, Step Piece, 1970

Parliamo allora dell’architettura di New York. Lei è nato e cresciuto nel Bronx, quindi si è trasferito a Brooklyn. Com’è cambiato il corpo della sua città? 
Senz’altro non possiamo dire che il corpo di New York sia diventato più bello. Basti pensare allo scempio della nuova torre a Ground Zero.

Scempio?
La simmetria è uno sbaglio. È un progetto fuori tempo. È una costruzione classica. E questo non è il periodo storico adatto per questo genere di opere. Inoltre è fuori luogo. Hanno scelto un’altezza da guinness che ha peggiorato notevolmente la vista dello skyline. È evidente che il panorama è peggio di prima.

Abbiamo selezionato alcune domande dai nostri lettori. GioFusar si domanda se sia possibile immaginare ancora un futuro per un’arte a zero impatto tecnologico.
Certo che è possibile, ma capisco bene l’attrazione delle persone creative verso i New Media. È naturale che riescano ad attrarre tante menti creative, ovvero curiose. Il mondo virtuale è una meravigliosa realtà. In generale, sono sorpreso che la maniera di utilizzare i Pc sia poco cambiata rispetto ai suoi albori. M’immaginavo un’evoluzione diversa.

Verso quale direzione?
Vedi questo schermo? Quando lavoro al Pc è soltanto davanti a me. Mi aspettavo l’evoluzione di macchine e di schermi tutt’intorno all’uomo e non solo davanti a sé.

Vito Acconci, Traffic Light Piece, 1969 - Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT

Vito Acconci, Traffic Light Piece, 1969 – Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT

C’è un giovane artista, Giò Woodman Lebowsky, che si domanda quanto tempo un emergente deve destinare alla promozione delle proprie opere, frequentare curatori e impegnarsi nella ricerca di spazi museali.
I musei sono posti davvero falsi. Non si può toccare nulla, solo vedere. Come se tutte le opere fossero solo visuali. Davanti a un’opera d’arte, il senso più importante è l’udito. Le grandi opere fanno rumore.

A proposito dell’altra parte della domanda: cosa consiglierebbe a chi le chiede se serve fare il PR di se stesso?
Io sono cresciuto in un tempo totalmente differente. Senz’altro all’inizio della mia carriera non pensavo a promuovere quello che facevo. Fare pubbliche relazioni è un’attività alla quale non ho mai dato valore. Oggi forse è diverso. Non so rispondere. Te l’ho detto, non guardo a quello che succede in questi giorni.

Silvia Urso Falck ci ricorda che la sua prima arte è stata la poesia. Perché ha smesso di scrivere?
Io non ho mai smesso di scrivere. Quando scrivo un progetto, lo considero un momento creativo cruciale. Penso davvero che scrivere sia la cosa che so fare meglio.

Ogni tanto dà un’occhiata alle poesie che scriveva da giovane?
E perché dovrei? So dove sono e cosa c’è scritto. Non ne ho bisogno.

Vito Acconci, sketch per un ponte in Tasmania

Vito Acconci, sketch per un ponte in Tasmania

Angela Congiu ci chiede perché abbia abbandonato la Body Art.
Ho bisogno di cambiare. Non m’interessa diventare un esperto di qualcosa. Mi piace cercare di fare cose che non ho mai fatto prima. Non capisco tutta questa curiosità nei confronti di attività vecchie di trenta/cinquant’anni. Assurdo. Ma perché?

Lei non è proprio qualcuno che ama guardare al suo passato…
Il mio passato l’ho bruciato.

Bruciato?
Certamente. Mi piace tenere il mio sguardo verso i miei prossimi progetti. Verso il futuro.

E il futuro di Vito Acconci quali progetti prevede?
Stiamo per inaugurare un tunnel a Swarm Street, nella città di Indianapolis. L’unicità dell’installazione sta nell’illuminazione che segue le auto e le persone quando lo percorrono. Da sopra, dal basso e di lato le luci seguono il movimento di chiunque lo attraversi.


Un progetto in fase germinale di cui ha voglia di parlare?
Un ponte in Tasmania. Sarà come il delta di un fiume.

Come si sviluppa la realizzazione di un’idea di Vito Acconci? Fa tutto da solo o si avvale di un team?
L’architettura è un gioco di squadra. Prevalentemente si tratta di risolvere problemi tecnici e permettere alla propria visione di realizzarsi concretamente. Mi piace discutere con i miei collaboratori, litigare se necessario. Dal conflitto possono nascere tante idee vincenti.

C’è qualche disegno che può farmi vedere? 
Sono qui sul tavolo. Il ponte è un percorso che può variare, vedi?

Possiamo pubblicarli o è ancora materiale riservato?
Mostrali pure. Posso fartene una copia. E poi ti metto una freccia. Così puoi capire l’orientamento di ciascuno. Tieni, prendili pure.

Alessandro Berni

Swarm-Street SwarmStreet vito acconci vito acconci vito acconci vito acconci vito acconci Vito Acconci Vito Acconci Vito Acconci vito acconci vito acconci vito acconci vito acconci

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I vinti delle Grande Mela. Conversazione con Antonio Monda

Incontro con Antonio Monda, intorno al suo ultimo romanzo “Nella città nuda”. Una New York vista dal basso e uno sguardo verso la spiritualità dell’autore. Un viaggio immaginario fatto insieme alla fatica del vivere metropolitano.

Antonio Monda

Antonio Monda

Antonio Monda, Wikipedia la presenta come scrittore, regista, produttore, giornalista e professore. Lei come preferisce essere chiamato?
Professore. È così che mi chiamano tutto il giorno. Anche se il mio mestiere è scrivere.

Con il suo ultimo romanzo, Nella città nuda, si è avvalso di un aiuto visuale. L’opera è infatti composta da 50 foto e da 50 storie. Com’è nata l’idea di questo lavoro? 
Sono partito dall’intenzione di raccontare il lato oscuro dell’energia, ovvero la stanchezza. Come spazio ho scelto i vagoni e le banchine della metropolitana di New York, in pratica i mezzi pubblici che di solito prendo per andare da casa a lavoro e viceversa. Sono io che ho fatto gli scatti che ho poi selezionato, in maniera che i soggetti ripresi non fossero riconoscibili. Quindi mi sono inventato le storie delle persone che ho fotografato oppure ho fatto il contrario: a una storia ho associato una foto che ho realizzato successivamente.

Scatti nascosti per racconti che provengono dalla propria fantasia oppure talvolta si è ispirato diversamente? 
Certe volte sono partito da un fatto di cronaca eclatante, altre da riferimenti cinematografici. Altre ancora, il punto di partenza è stato un sentire emotivo o un’angoscia personale.

Vite ritratte spesso di spalle o con la testa china che introducono personaggi problematici e commoventi; soprattutto poveri e a volte anche malati, comunque sconfitti. La città nuda descrive l’anti-sogno americano? 
New York mi sta dando molto. Penso che vivere negli Stati Uniti sia un gioco che vale la candela, ma può trasformarsi in un’attività sterile e, di conseguenza portarti alla perdita della propria anima o, alla meno peggio, a diventare un qualunque uomo di successo, ma nulla più.

Il libro, quindi, è uno j’accuse nei confronti di New York? 
Questa città è un deserto dove è facile scomparire, sentirsi abbattuti. Quest’opera serve a ricordarlo.

Antonio Monda - Nella città nuda

Antonio Monda – Nella città nuda

La struttura di Nella città nuda richiama l’Antologia di Spoon River di Lee Masters…
L’Antologia di Spoon River è stato uno dei libri che mi ha formato, ma la storia della letteratura è piena di opere antologiche. La più antica è l’Antologia Palatina, che contiene testi risalenti al I secolo avanti Cristo. Diciamo che Nella città nuda è un lavoro che si aggiunge a questo genere letterario nato oltre 2000 anni fa.

Dal libro trapela una forte spiritualità. Sulla scrivania del suo ufficio vedo un crocifisso fatto di foglie di bambù e un estratto del Salmo 91. Qual è il suo rapporto con la religione?
Sono un peccatore come tutti. Cerco di essere un buon cristiano.  Il Libro dei Salmi è uno dei momenti più alti della Bibbia. Ogni sera prima di andare a dormire leggo i salmi 27 e 90.

Ogni sera?
Ogni sera.

Accanto a noi c’è un poster di Pier Paolo Pasolini, uomo tormentato e intimamente religioso. In vita Pasolini è stato freccia, arco e, alla fine, anche bersaglio. C’è qualcuno, in Italia o in America, che gli somiglia?
No, non mi viene in mente nessuno che si avvicini alla sua forza e al suo martirio. Manca un uomo come lui. Indubbiamente, se ne sente la mancanza.

Il suo prossimo libro?
Uscirà a marzo con Mondadori. Si dovrebbe intitolare La casa sulla roccia. Romanzo ambientato nel 1962 a New York.

Di cosa tratta?
C’è una vecchia storia d’amore ricordata da questo presente. Lui è struggente. Lei ha dimenticato. E poi naturalmente c’è anche l’America di Kennedy e di Bob Dylan.

Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini

Quanto è rimasto di quell’America, oggi?
Molto poco. È stata spazzata via.

A New York lei è diventato anche un noto intervistatore. Quali sono i segreti di una buona intervista?
Non essere furbi, chiedere quello che interessa o che mette in imbarazzo. La vera furbizia è non averne alcuna.

Qualche frase che l’ha particolarmente colpita durante le sue interviste?
Ce ne sono tante.

La prima che le viene in mente?
Credo in Dio, ma non lo scoccio. Di Saul Bellow.

Alessandro Berni

Antonio Monda – Nella città nuda
Rizzoli, Milano 2013
Pagg. 224, € 21
ISBN 9788817067263
http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/

 

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Macba, quello di Buenos Aires. Intervista con Maria Constanza Cerullo

Ha un omonimo celeberrimo che sta a Barcellona. Però qui siamo in Argentina, a Buenos Aires. Abbiamo intervistato Maria Constanza Cerullo, chief curator di uno dei più importanti musei privati del Sudamerica. 

Maria Constanza Cerullo

Maria Constanza Cerullo

Il MACBA – Museo di Arte Contemporanea di Buenos Aires ha aperto le sue porte al pubblico il primo settembre del 2012. Quando è nata l’idea della sua realizzazione?
Il progetto museale del Macba è partito nel 2009. L’idea matrice dell’iniziativa è stata quella di condividere con la città e i suoi visitatori la collezione privata di mio marito, Aldo Rubino.

Il museo riceve anche finanziamenti pubblici?
Finora i risultati del nostro lavoro sono stati ottenuti solo grazie al supporto di finanziamenti privati.

Com’è avvenuta la scelta della location?
Sia io che mio marito eravamo affascinati dalle geometrie di un vecchio parcheggio multipiano di San Telmo. Così lo abbiamo comprato e ristrutturato per il nostro museo. Anche gli spazi del quartiere ci hanno convinto da subito e sono un punto di forza del nostro progetto. San Telmo è uno storico quartiere di Buenos Aires carico di storia e di diversi flussi migratori, una zona davvero nevralgica per l’intera città.

MACBA, Buenos Aires

MACBA, Buenos Aires

A proposito della ristrutturazione: vi siete basati su un piano di rimodellamento della struttura di partenza oppure avete operato diversamente?
Abbiamo apportato una trasformazione radicale. Ad esempio, nella facciata principale è stata fatta costruire una vetrata di 15 per 12 metri. Il museo è stato disegnato dallo Studio Vila Sebastian ed è composto da quattro piani collegati da rampe lineari, ovvero lecorbusiane, per intendersi.

Qual è l’unicità del Macba?
Anzitutto la struttura museale in sé; la capacità di offrire un percorso che permette al visitatore di poter vedere da lontano e frontalmente la maggior parte delle opere per poi potersi avvicinare a ognuna durante la propria visita.

Qual è la missione che vi siete dati per il vostro museo?
Direi le nostre principali intenzioni sono di acquisire, conservare e comunicare arte contemporanea. Crediamo fortemente che la visione dell’arte e la sua divulgazione possa produrre educazione, nuova creatività e, sia a breve che a lungo termine, inclusione sociale.

MACBA, Buenos Aires

MACBA, Buenos Aires

Avete realizzato una creatura a dimensione nazionale oppure avete ambizioni mondiali?
Ritengo che il museo rifletta le radici cosmopolite della città senza dimenticarne le radici coloniali. Durante l’anno passo lunghi periodi a Miami e New York. Siamo molto attenti a quello che succede al di fuori dell’Argentina e ad attivare le necessarie operazioni per ospitare anche arte nata al di fuori del Sudamerica.

A due anni dall’apertura, ogni museo è chiamato a una prova di maturità. Quali saranno le vostre prossime iniziative culturali?
Vogliamo crescere sul piano delle attività didattiche. Abbiamo visto che le iniziative rivolte a un pubblico scolastico hanno portato a risultati positivi quando sorprendenti.

Per esempio?
È capitato che bambini della scuola elementare del quartiere entrassero per la prima volta in un museo grazie a uno dei nostri progetti e poi vi tornassero quasi subito per una seconda volta, portando con sé i propri genitori.

MACBA, Buenos Aires

MACBA, Buenos Aires

Quali sono i pezzi forte della vostra collezione permanente?
Senz’altro la nostra collezione dedicata all’astrattismo geometrico, anche se ci impegniamo a essere molto ricettivi verso gli artisti emergenti di oggi di qualsiasi genere.

Alessandro Berni

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New York vista da Los Angeles

Intervista con Peter Frank, storica firma del “Village Voice”, oggi critico d’arte per “LA Weekly” e figura di spicco del panorama artistico di Los Angeles.

Peter Frank

Peter Frank

Mr. Peter, si ricorda quando ha deciso di lasciare New York per Los Angeles?
Ho deciso di andarmene nel 1986 e l’ho fatto un anno dopo.

Quale fu la ragione principale?
Artisticamente parlando, New York era diventata troppo commerciale. Mi accorsi che niente di nuovo riusciva a nascere in questa città.

E questa sua opinione è valida ancora?
Certamente.

Ma allora dov’è possibile trovare le novità?
In tanti posti. A Los Angeles, a Berlino, in India, ma non più a New York.

Quali sono i motivi di questo crollo della supremazia artistica della città?
L’emergere di un mercato globale dell’arte, quanto il sorgere di altri grandi e importanti centri di produzione artistica oltre che di valorizzazione commerciale. A questo si deve aggiungere la crescente importanza delle fiere. Anche le dinamiche legate a Internet rendono meno necessaria la presenza fisica di un artista a New York. La Grande Mela non è più l’epicentro dell’arte contemporanea, tutto qua.

Tanti anni fa, per il Village Voice, ha scritto: “Lo spirito delle avanguardie è morto a causa di un over-teorizzazione dell’arte da parte della critica”. Questo assioma è valido ancora oggi oppure si sono aggiunti altri killer alla morte delle avanguardie?
Se accademizzazione e over-teorizzazione hanno ucciso lo spirito dell’avanguardia, il mercato dell’arte ha ucciso l’avanguardia in sé. Le produzioni artistiche vengono realizzate in funzione della domanda piuttosto che del gratuito impulso creativo. Il contesto in cui un artista opera è quello di monetizzazione delle proprie idee oltre che della propria identità, laddove chi compra e vende arte è riuscito a conquistare un’autorità nettamente superiore a qualsiasi discorso artistico.

Peter Frank

Peter Frank

Gli ennesimi record delle ultime aste sono da considerarsi una buona o cattiva notizia per il mondo dell’arte?
Arrivati al punto dove siamo arrivati, un nuovo record dei prezzi non aggiunge niente. Questi acquisti provengono da un minuscolo mondo di multimilionari e hanno il resto del mondo come spettatori. Casomai l’argomento è il destino delle opere acquistate. Se queste spariscono nelle dimore remote di misteriosi oligarchi l’acquisizione si trasforma in una perdita per la collettività. Se invece ai lavori si concede la visione presso diverse istituzione pubbliche, allora è doveroso riconoscere una sorta di filantropia estetica per tutti noi.

Finanziariamente parlando, l’arte sembra spaccata in due mondi distinti e lontani fra loro: quello sempre più ricco e potente delle mega galleries, di Madison Avenue e delle aste record, e quello delle altre gallerie in quotidiana crisi e precarietà. Attraverso quali misure musei e critica d’arte potrebbero mitigare questa rottura?
Tutto ciò che possiamo fare è riconoscere questa considerazione come un fatto e prestare primaria attenzione ad artisti, gallerie e istituzioni che non sono al top, ma che spesso lottano per sopravvivere. Questo intanto che, almeno negli Stati Uniti, i musei stessi sono sempre più in balia di mega-poteri; che le mega-galleries si stanno avvicinando ai musei stessi con i loro costosissimi e ben curati show.

Qual è il futuro della critica d’arte, o meglio, la critica d’arte ha ancora un futuro?
La critica d’arte ha un futuro fino a quando la gente avrà voglia di parlare di arte piuttosto che farla o guardarla. E parlare, servirà ancora almeno a chi continuerà ad avere voglia di fare arte e di andarla a vedere.

Per concludere, da dove nasce una buona critica d’arte? Internet deve essere considerato un alleato o un nemico?
La buona critica d’arte deriva dall’amore per la riflessione e per la scrittura; da scrittori che considerano seriamente il proprio lavoro come un servizio pubblico e non soltanto come un’ossessione personale o di sostegno a qualche potere. In questo Internet può aiutare nella diffusione della critica d’arte, anche se, bisogna ammetterlo, dà purtroppo anche spazio ad autori irresponsabili e poco informati.

Articolo pubblicato su Artribune

Alessandro Berni

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Un paradiso per gli artisti: il Vermont Studio Center

Intervista con Jon Gregg, co-fondatore e deus ex machina del Vermont Studio Center, il più grande programma di residenze per artisti degli Stati Uniti, un luogo dedicato alla creazione e alla meditazione che ogni anno ospita seicento artisti provenienti dai quattro angoli del mondo.

Jon Gregg

Jon Gregg

Il Vermont Studio Center è la il programma di residenze più ambito degli Stati Uniti e fra i più apprezzati al mondo. Ogni anno quanti artisti ospitate?
Mediamente, una cinquantina al mese. Per un totale di seicento l’anno.

Accettate anche artisti non americani?
Assolutamente sì. Ci piace essere cosmopoliti. Al momento il 25% degli artisti viene da un Paese diverso dagli States. Ci piacerebbe, nei prossimi anni, arrivare al 50%.

Come avvengono le selezioni?
Riceviamo 3.500 applicazioni l’anno. Ci impegniamo ad analizzarle tutte. Cerchiamo di non trascurare nessuna candidatura. Per favore non scrivere che selezioniamo solo per merito. La motivazione e il tempo impiegato per la preparazione dei moduli sono per noi una valida discriminante. Inoltre, nella formazione dei gruppi, ci teniamo che sia presente ogni età, dando un occhio di riguardo all’internazionalità.

Cosa è cambiato durante i quasi trent’anni di vita del posto?
Mi piace pensare che stiamo riuscendo a conservare lo spirito dei primi anni. Il nostro statuto e la nostra mission sono rimaste invariate. Tutto è cresciuto organicamente. All’inizio eravamo aperti 9 settimane all’anno, d’estate, perché avevamo l’elettricità ma non il riscaldamento. Quindi 18, 22, 26 settimane. Dal 1992 siamo aperti tutto l’anno.
A volte succede che torna a fare la residenza qualcuno che è stato qua dieci o venti anni fa, viene a salutarmi e mi dice: Jon, ma lo sai che qui non è cambiato proprio niente?

Vermont Studio Center

Com’è organizzata la residenza? Cosa si deve aspettare un artista?
Lo Studio Center oggi è composto tra 32 edifici. C’è un vecchio mulino che funziona da quartier generale, per i pasti e gli incontri comunitari. Si mangia tutti insieme, cibo organico. Ogni artista o scrittore ha uno studio o spazio per lavorare. Sono previsti incontri con artisti e scrittori di rilievo. Abbiamo almeno un ospite diverso ogni settimana. Invitiamo i nostri ospiti a praticare anche meditazione e yoga.

Perché associate yoga e la meditazione all’arte?
Che vuoi farci, io sono un hippie, credo nell’amore. Fare arte per me è un gesto di pace, di riconciliazione con se stessi e con il mondo.

Qual è stato il motivo che ti ha portato a creare il progetto?
Ho costruito questo posto per proteggermi da me stesso. Era il 1984. Avevo 37 anni. Mia sorella e mio fratello si erano da poco suicidati. Possiamo dire che il suicidio è nelle mie vene. Così decisi che era arrivato anche per me il momento di uccidere la persona che ero stato fino ad allora. Lasciai la mia società di costruzioni e il mio studio di architettura per dedicarmi alla pittura. Il passo successivo, fu fondare questo posto.

Una doppia rinascita quindi, come artista e fondatore di una comunità.
Amo l’arte e amo prendermi cura dei processi creativi, non solo i miei, ma anche quelli delle persone che il destino mi fa incontrare. È una maniera attraverso la quale riesco a sentirmi benedetto.

Vermont Studio Center

Benedetto?
Sì, quando dipingo, riesco a non pensare a niente. È un modo di tenere il mio cervello fuori dal mio studio. Quello che cerco per me, è anche il mio personale invito agli artisti che raggiungono questo luogo e ai creativi in generale. Quando qualcuno comincia a fare arte, inizialmente la mente è invasa da giudizi, preoccupazioni varie, paure o magari ambizioni. Se riesci a mettere fuori tutti questi sentimenti e poi riesci a fare uscire dallo studio dove lavori anche te stesso, ecco è a quel punto che comincia l’arte. Sai qual è la cosa più importante nella vita?

Quale?
La stima di sé. Ecco, quando dipingo la stima che ho per me è ai massimi livelli.

Jon, cos’è per te l’arte?
L’arte è una collaborazione fra l’uomo e Dio. E in questa collaborazione, l’uomo deve riuscire a fare il meno possibile.

Bella questa, chi l’ha detta?
Non mi ricordo. Ma voglio aggiungere una cosa: per me l’arte è come la meditazione, ovvero un mezzo che mi permette di sentirmi un onorabile, etico e compassionevole essere umano.

Vermont Studio Center

Qual è il vostro rapporto con il mondo istituzionale dell’arte?
Non voglio che il mondo dell’arte contamini questo posto in alcuna maniera. Sono un anti-intellettuale, anche se non sono naïf. Riconosco l’eccellenza e il genio, ma apprezzo maggiormente la verità dell’impermanenza. Qui non ci sono teorie. Io credo nel desiderio di fare le cose, consapevole della fine delle stesse, punto e basta. Per questo supportiamo le menti creative che per un motivo o per l’altro hanno bisogno di cercare di realizzare le opere che hanno dentro. Senza giudizi sul risultato finale.

Alessandro Berni

http://www.vermontstudiocenter.org

Articolo pubblicato su Artribune

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