Jeff Koons: il milionario bambino chiude il vecchio Whitney

Tutto l’universo di Jeff Koons in mostra al Whitney Museum di New York. Una retrospettiva che ben documenta il fruttuoso universo stoicamente pre-adolescenziale dell’artista/manager più famoso del mondo. Con la sua mostra, chiude la sede storica del Whitney, in attesa dell’inaugurazione del nuovo spazio disegnato da Renzo Piano.

Jeff Koons al Whitney - Michael Jackson and Bubbles 1988, Photo Benjamin Sutton

Finì di contare i milioni, di giocare, l’artista/manager mai cresciuto oltre i tredici anni”. Dovrebbe essere questo l’epitaffio da dedicare al talento creativo e gestionale di Jeff Koons (York, 1955). Incipit funereo per una personale che sarà ricordata come l’ultima organizzata nella sede in Madison Avenue del Whitney Museum, e che vuole sottolineare l’approccio vitale e scanzonato al gesto creativo sempre valorizzato dalle capacità di calcolo di Koons.
Sono passati già più di cento anni dai primi necrologi sull’arte recitati in varie maniere dal serbatoio culturale euro-americano. Se correva l’anno 1909 quando il Giornale dell’Emilia pubblicava in anteprima il Manifesto del Futurismo comprendente un esaltante invito a distruggere tutti i musei, le biblioteche e le accademie in quanto cimiteri di sforzi vani, calvari di sogni crocifissi, registri di slanci troncati, era il 1913 quando per la prima volta aprì le proprie porte l’Armory Show, portando con sé l’invito a un New Spirit, a un ripudio dell’arte del passato. Appena pochi anni dopo, e con una guerra mondiale in corso, si arrivò con Dada alla teorizzazione dell’anti-arte (1916) e al pitale di Duchamp (1917). Un secolo più tardi e un Andy Warhol in mezzo, l’anti-arte, nata da apoteosi concettuali, vive oggi un animato presente reso florido da diversi e non ancora conclusi exploit finanziari. Se gli albori di questa anti-corrente ebbero come musa la negazione di secolari logiche e convenzioni fino al diniego e disprezzo rispettivamente dei propri concetti e opere; cento anni dopo, l’anti arte è realizzata principalmente per una ragione: essere venduta a carissimo prezzo.

Jeff Koons

Così il Whitney, per congedarsi dalla propria sede nell’Upper East Side e trasferirsi nell’infelice building di Renzo Piano nel Meatpacking District, ha deciso di celebrare la grandeur del conto in banca dell’artista americano più conosciuto al mondo; di avvalorare anche per il settore dell’arte il caposaldo newyorkese: sai fare soldi quindi sei bravo, piuttosto che, sei bravo, perciò meriti di fare soldi. Non perché precursore di un movimento artistico e nemmeno padre di una novella corrente concettuale o di uno stile, Jeff Koons si è meritato l’intero Whitney ad appena cinquantanove primavere in quanto caposcuola della nozione di artista/manager, dell’uomo che lavora ogni giorno per trasformare in brand il proprio nome e cognome.
La retrospettiva riconosce a Koons una continuità nel proprio percorso di vita consacrata alle fantasie di un ragazzino. In ordine sparso, Popeye, Michael Jackson, bronzei omaggi a canotti, palloni da basket: tutti soggetti solidamente residenti nella cultura popolare americana che Koons ha saputo iconizzare attraverso lavori tecnicamente impeccabili. Anche la figurazione del corpo femminile, presentata con una serie di opere dedicate alla prima moglie ed ex-porno star Cicciolina, ricordano il voyuerismo di un pre-adolescente alla scoperta del mondo pornografico, ed è volta quindi all’oggettivazione e al possesso del corpo desiderato.La sala dedicata alla serie Gazing Ball ci ricorda il peculiare approccio di Koons nei confronti del passato rispetto ai pionieri dell’anti-arte. Le opere di ieri non meritano di essere negate, ma anzi vanno assimilate, ovvero trasformate in prodotto, quindi vendute al prezzo più alto possibile.

Jeff Koons al Whitney

Una così ricca personale di Koons, oltre a un’istrionica non-maturità nei contenuti, fa sentire ancora più assordante il suo non-sguardo verso qualsiasi fatto sociale e politico, e riesce addirittura a intavolare una narrativa dell’assente che dimostra una sfacciata mancanza di originalità presentata come cruciale segno di distinzione. E chissà che l’artista non riesca in futuro a guadagnare qualche milioncino anche vendendo all’asta le numerose querele per plagio accumulate durante la propria carriera.
Alla curatela della mostra il merito dell’esemplare organizzazione degli spazi. Fa storcere il naso solo la decisione di porre delle barriere visuali a protezione delle due sculture nello spazio aperto antistante del caffè-ristorante del museo: una pesante protezione anti vandalica messa a difendere un paio di opere del forse più vandalico degli artisti viventi. Dispiace anche la copertina del catalogo, di una bruttura davvero risparmiabile oltre che deducibile fiero avanguardistico esempio dell’ultra-kitsch, cioè del repellente.

Alessandro Berni

Articolo pubblicato su Artribune

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