Un estraneo senso di apocalisse dove prima eravamo noi. Intervista a Moby

Intervista a Moby, l’artista americano ha accettato di presentare la sua prima mostra fotografica a New York.

Alessandro Berni e Moby

Moby, è nata prima la tua passione per la fotografia o per la musica?
Entrambe sono arrivate nella mia vita molto precocemente. A dieci anni ho cominciato a suonare la chitarra, e sempre a quell’età mio zio, Joseph Kuglelsky, che all’epoca faceva foto per il New York Times, mi ha regalato la prima macchina fotografica, una Nikon F.

Come sei arrivato a professionalizzarti in entrambe le arti?
Rispetto all’apprendimento delle tecniche fotografiche, con la chitarra riuscivo ad avanzare più rapidamente. Di conseguenza, il successo musicale è arrivato molto prima, ma non ho mai smesso di praticare nessuna delle due arti. All’università ho preso due lauree, una in filosofia e l’altra in fotografia.

A proposito di tecniche fotografiche, come hai gestito il cambiamento da pellicola a digitale?
Ricordo che cominciai a parlare di macchine digitali con mio zio nel 1989. Coscienziosamente, cominciai a utilizzarle dal 1993.

Com’è cambiato grazie a questa tecnologia il tuo modo di fare foto?
Non molto. Da ragazzo non avevo molti soldi, e per me stampare foto era un costo, quindi ci mettevo tantissimo tempo prima di fare uno scatto. Oggi, anche se con il digitale si possono fare milioni di scatti per una sola posa, io per la preparazione di ognuna prendo ancora tempo, come quando ero un ragazzo con le tasche vuote.

Moby - Lone, Archival Pigment Print on Hahnemuhle Fine Art Baryta, 49 x 64, edition of 3

Cosa ti manca di più del passaggio tra pellicola e digitale?
Beh, come a tutti, mi manca l’ambiente della camera oscura.

Com’è nata questa tua collaborazione con la Emmanuel Fremin Gallery?
Merito di un amico in comune, Lee Milazzo. Lee ha una galleria in Connecticut e conosceva bene sia me che Emmanuel.

Le foto di questo show sembrano venire da mondi lontanissimi. Sono state scattate duranti i tuoi viaggi in giro per il mondo?
Tutt’altro. Sono state fatte nel mio backyard a Los Angeles. Tranne una, che ho scattato nel supermercato dove vado di solito.

Il tuo show fotografico è presentato come una postapocalisse delle coscienze raffigurata attraverso spazi anonimi e vuoti, riempiti solo da corpi dai volti mascherati, perché?
Perché è quello che vedo intorno a me: ambienti urbani alienati quanto alienanti.

Heather Graham and Salman Rushdie

Per la tua mostra hai scelto il titolo Innocenti, ma io che ho potuto dare appena uno sguardo superficiale vedo invece tanti scatti minacciosi.
E come mai? Se ti guardi intorno con un approccio pragmaticamente freddo, le maschere che vedi sono solo pezzi di plastica.

Perché con la tua mostra mi evochi una desolazione feroce, una totale assenza di consolazione. Dalle tue foto sembra che non solo non ci sia niente da sperare, ma neanche da disperare. Ma davvero il mondo che vedi è così?
Quello che vedo io è che ogni singolo è innocente. È la collettività a essere colpevole.

Perché quei pezzi di plastica in faccia a tutti questi innocenti?
Si vergognano a causa del loro ruolo in una società e dentro una cultura incredibilmente e inutilmente distruttiva.

Parli di una postapocalisse delle coscienze, in preparazione di un’apocalisse reale. Nessuno di noi è morto, nessuno di noi è vivo, siamo soltanto maschere?
Siamo qualcosa. C’è una consapevolezza diffusa di quello che ho scelto di rappresentare, ma la gente comune, gli innocenti, invece di cercare una qualche formula segreta per salvarsi da questa apocalisse in arrivo, continuano a vivere le loro vite, la propria apocalisse, come se dovessero recitare un copione prestabilito da qualcun altro.

Moby

Il copione della tua vita ti ha fatto nascere a Harlem, quindi hai vissuto infanzia e giovinezza nel Connecticut. Poi, fra una tournée e l’altra, hai abitato a New York, fino a quando pochi anni fa hai deciso di trasferirti a Los Angeles. Quali sono state le ragioni di questo tuo ultimo trasloco?

Intanto perché sono un ex alcolista, e a Los Angeles riesco a essere sobrio. Invece quando vivevo a New York ero sempre fradicio.

Ti credo, anche se c’è qualcos’altro dietro a questa scelta, però…
Mi dispiace dirlo, ma la New York che ho vissuto io semplicemente non esiste più. Tutto è scomparso, diciamo, da una quindicina di anni. Gli artisti di questa città vivono, vivono preoccupati. I costi sono troppo alti. New York si è svuotata della sua anima e dei suoi artisti in meno di una generazione. Oggi non c’è più nessuno. A Los Angeles invece c’è una comunità di artisti alla quale mi sono unito volentieri.

Prossima tournée?
Farò soltanto due date, entrambe in California. Una all’Hollywood Masonic Temple e l’altra all’Integratron. L’Integratron è stato costruito da George Van Tassel. Gli sono apparsi gli alieni in sogno e gli hanno spiegato come costruire un edificio in grado di offrire un’acustica perfetta. E così l’ha costruito. Tutto questo grazie agli alieni, capisci? Sogno dopo sogno, gli hanno spiegato come fare.

Mi stai dicendo che credi negli alieni?
In quelli che hanno una spiccata sensibilità acustica, direi proprio di sì.

Moby in mostra a New York

Per concludere, vuoi salutare Eminem? È un po’ che non vi insultate attraverso i media.
Posso solo aggiungere che non capisco come un uomo come Eminem, qualcuno che ha venduto milioni di dischi e che ha raggiunto il successo che ha raggiunto, sia sempre e costantemente incazzato. Davvero non mi spiego come faccia.

Incazzatura e musica sono argomenti a volte fortemente interconnessi. A proposito, in pochi sanno che la tua prima band è stata The Vatican Commandos, un gruppo hardcore punk. Suoni ancora questo genere di musica, diciamo, rabbioso?
Sì, insieme a Travis Barker [batterista dei blink 182, N.d.R.] e Toby Morse [cantante degli H2o, N.d.R.].

Avete anche un nome?
Certo: siamo i Friends of Animals.

C’e’ un cd in arrivo insieme a loro?
Chissà.

Alessandro Berni

New York // fino al 31 dicembre 2014
Moby – Innocents
EMMANUEL FREMIN GALLERY
547 West 27th Street – suite 510
www.emmanuelfremingallery.com

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Le aste online continueranno a crescere? Ci puoi scommettere

Ben Harthley è stato di recente nominato U.S. Manager di Auctionata.com. Con lui abbiamo naturalmente parlato di aste online e del loro futuro. 

Patek Philippe Split Second Chronograph - Venduto per 160 000 euro

Austrialiano di nascita, newyorkese da una vita: come sei arrivato a dirigere i quartieri generali americani di Auctionata.com?
Sono nell’arte contemporanea da venticinque anni. Ho avuto diverse esperienze cruciali, fra cui cinque anni come consulente al Guggenheim, vice-direttore del Museum of Art and Design e presidente della Luoise Bloin Media, dove ho supervisionato un organico globale di quattrocento persone in venti Paesi.

Auctionata.com è una casa d’asta puramente online. Non è la prima volta che sei coinvolto in un progetto web. Prima di lavorare per il cartaceo Luoise Bloin Media, hai trasformato Artinfo.com da una scommessa di sito a una realtà mediatica presente in venti Paesi e dodici lingue. Come vedi il futuro della comunicazione? Rimarrà solo il web oppure carta e Internet continueranno a convivere?
Credo che rimarranno a lungo in vita ambedue le alternative. Per entrambi i media è vero però che raggiungere profitti interessanti rimane una sfida sempre più insidiosa.

Online funzionano meglio le aste della comunicazione, quindi?
Le aste online stanno attraversando un momento di prima maturità dopo una lunga fase sperimentale e pioneristica.

Nata nel 2012 in una hall di Berlino per la volontà di quattro soci, oggi Auctionata conta 150 salariati e ha raggiunto il bilione di operazioni. Qual è il segreto del successo di questa rapidissima crescita?
Nessun segreto. Il punto di partenza è stato un software avanguardistico in grado di permettere il servizio di aste accessibile da qualsiasi angolo di mondo. Quindi è stata costruita una rete di esperti in grado di garantire l’autenticità dell’opera. La gente ha risposto in maniera positiva alla nostra offerta di valutazioni gratuite e veloci dei loro oggetti di valore. Basta mandare una foto ad Auctionata.com per ricevere in pochi giorni una stima gratuita.

Su quali fronti stai lavorando per continuare a far crescere il progetto che sei stato chiamato a dirigere?
Riuscire a comunicare online il senso dell’occasione da cogliere al volo; raccontare la storia dell’opera in vendita senza mai essere noiosi, ma offrire spunti educativi e di intrattenimento.

Ben Hartley

Qual è il lavoro più strano che vi è capitato di mettere all’asta?
La tuta spaziale di Laika, il primo essere vivente lanciato nello spazio nel 1957.

E il record di cui andate maggiormente fieri?
Un orologio Patek Philippe venduto per 620mila dollari. Per un orologio, è il prezzo più alto che si sia mai registrato attraverso il sistema di aste online.

Quali saranno i prossimi step di crescita per Auctionata.com?
Dopo Berlino e New York, abbiamo aperto una nuova sede a Roma.

Come siete arrivati a questa decisione?
La scelta strategica è dipesa dalla disponibilità di opere d’arte nella città piuttosto che dei compratori.

Un Paese di artisti ma non di collezionisti?
A proposito del settore orologi, il mercato italiano è incredibilmente attivo. Anche se, in effetti, il sistema Italia riesce a distinguersi più per le opere d’arte prodotte che per il numero di collezionisti.

Egon Schiele (1890-1918), Reclining Woman, 1916

Si fa un gran parlare di crisi dell’arte. Eppure il mercato dell’arte è sempre più ricco e continua a battere record. Inoltre, mai come oggi, si conta in tutto il mondo un crescente numero di artisti, curatori, progetti culturali, gallerie e musei. Per non parlare del fenomeno delle fiere…
Si, l’arte contemporanea non è in crisi. Il mercato cinese sta esplodendo sia nella domanda che nell’offerta. Il Qatar fino a dieci anni non esisteva. Dalla Cina continuano ad arrivare nuovi collezionisti. Stiamo vivendo un momento davvero prolifico di opportunità e siamo lieti di farne parte. Il mercato globale dell’arte supera i 65 bilioni di dollari annui. Di questi, solo il 5% di questo avviene online. Percentuale senz’altro destinata a crescere in futuro.

Casomai ad essere in crisi è la critica d’arte. Se si assottigliano le entrate per i progetti mediatici, praticamente stanno scomparendo i salari per i critici e i giornalisti d’arte…
Se guardiamo cosa succede nel cinema, la recensione di un critico è ancora in grado di vendere al botteghino qualche biglietto in più. Nell’arte contemporanea, la voce dei critici ha diminuito drasticamente la capacità di influenzare l’operato dei musei. Il mondo della vera critica d’arte sta scivolando in spazi sempre meno abbienti, sostituito da sempre più numerose fonti dove scrivono commenti critici esperti e critici di basso spessore. Questo è un fatto che è doveroso riconoscere. Così come è opportuno sottolineare che per fortuna è possibile trovare ancora buoni articoli come quelli di Holland Cotter sul New York Times o di Peter Plaggens sul Wall Street Journal, interventi che sono davvero un’esperienza divertente, educativa e speriamo stimolante per la maggior parte dei lettori.

Il mercato delle aste è diventato così grande e potente da ridurre gli attuali teorici dell’arte a dinosauri in via d’estinzione?
Le aste continueranno ad avere bisogno dell’operato di musei, galleristi, soprattutto di bravi artisti e naturalmente anche di curatori e critici d’arte. Artisti e operatori culturali rimangono alla continua ricerca di feedback. Questo bisogno non si estinguerà mai.

Magnificent Potpourri Porcelain Vase, KPM, Germany, around 1913

Qual è l’aspetto peculiare che sta vivendo in mercato dell’arte in questo presente?
Proprio quello delle aste online. Sta crescendo velocissimo. I numeri prodotti da Auctionata.com lo dimostrano. 650mila persone ci hanno contattato per una consulenza gratuita. Abbiamo messo in vendita quasi 100mila lotti attraverso più di cento aste online.

Novità di questo mese è un nuovo accordo fra Sotheby’s e eBay. È una notizia di cui avere timore?
No, anzi. È la conferma che il mercato delle aste online continuerà a crescere in maniera inarrestabile.

Alessandro Berni

http://auctionata.com/

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Jeff Koons: il milionario bambino chiude il vecchio Whitney

Tutto l’universo di Jeff Koons in mostra al Whitney Museum di New York. Una retrospettiva che ben documenta il fruttuoso universo stoicamente pre-adolescenziale dell’artista/manager più famoso del mondo. Con la sua mostra, chiude la sede storica del Whitney, in attesa dell’inaugurazione del nuovo spazio disegnato da Renzo Piano.

Jeff Koons al Whitney - Michael Jackson and Bubbles 1988, Photo Benjamin Sutton

Finì di contare i milioni, di giocare, l’artista/manager mai cresciuto oltre i tredici anni”. Dovrebbe essere questo l’epitaffio da dedicare al talento creativo e gestionale di Jeff Koons (York, 1955). Incipit funereo per una personale che sarà ricordata come l’ultima organizzata nella sede in Madison Avenue del Whitney Museum, e che vuole sottolineare l’approccio vitale e scanzonato al gesto creativo sempre valorizzato dalle capacità di calcolo di Koons.
Sono passati già più di cento anni dai primi necrologi sull’arte recitati in varie maniere dal serbatoio culturale euro-americano. Se correva l’anno 1909 quando il Giornale dell’Emilia pubblicava in anteprima il Manifesto del Futurismo comprendente un esaltante invito a distruggere tutti i musei, le biblioteche e le accademie in quanto cimiteri di sforzi vani, calvari di sogni crocifissi, registri di slanci troncati, era il 1913 quando per la prima volta aprì le proprie porte l’Armory Show, portando con sé l’invito a un New Spirit, a un ripudio dell’arte del passato. Appena pochi anni dopo, e con una guerra mondiale in corso, si arrivò con Dada alla teorizzazione dell’anti-arte (1916) e al pitale di Duchamp (1917). Un secolo più tardi e un Andy Warhol in mezzo, l’anti-arte, nata da apoteosi concettuali, vive oggi un animato presente reso florido da diversi e non ancora conclusi exploit finanziari. Se gli albori di questa anti-corrente ebbero come musa la negazione di secolari logiche e convenzioni fino al diniego e disprezzo rispettivamente dei propri concetti e opere; cento anni dopo, l’anti arte è realizzata principalmente per una ragione: essere venduta a carissimo prezzo.

Jeff Koons

Così il Whitney, per congedarsi dalla propria sede nell’Upper East Side e trasferirsi nell’infelice building di Renzo Piano nel Meatpacking District, ha deciso di celebrare la grandeur del conto in banca dell’artista americano più conosciuto al mondo; di avvalorare anche per il settore dell’arte il caposaldo newyorkese: sai fare soldi quindi sei bravo, piuttosto che, sei bravo, perciò meriti di fare soldi. Non perché precursore di un movimento artistico e nemmeno padre di una novella corrente concettuale o di uno stile, Jeff Koons si è meritato l’intero Whitney ad appena cinquantanove primavere in quanto caposcuola della nozione di artista/manager, dell’uomo che lavora ogni giorno per trasformare in brand il proprio nome e cognome.
La retrospettiva riconosce a Koons una continuità nel proprio percorso di vita consacrata alle fantasie di un ragazzino. In ordine sparso, Popeye, Michael Jackson, bronzei omaggi a canotti, palloni da basket: tutti soggetti solidamente residenti nella cultura popolare americana che Koons ha saputo iconizzare attraverso lavori tecnicamente impeccabili. Anche la figurazione del corpo femminile, presentata con una serie di opere dedicate alla prima moglie ed ex-porno star Cicciolina, ricordano il voyuerismo di un pre-adolescente alla scoperta del mondo pornografico, ed è volta quindi all’oggettivazione e al possesso del corpo desiderato.La sala dedicata alla serie Gazing Ball ci ricorda il peculiare approccio di Koons nei confronti del passato rispetto ai pionieri dell’anti-arte. Le opere di ieri non meritano di essere negate, ma anzi vanno assimilate, ovvero trasformate in prodotto, quindi vendute al prezzo più alto possibile.

Jeff Koons al Whitney

Una così ricca personale di Koons, oltre a un’istrionica non-maturità nei contenuti, fa sentire ancora più assordante il suo non-sguardo verso qualsiasi fatto sociale e politico, e riesce addirittura a intavolare una narrativa dell’assente che dimostra una sfacciata mancanza di originalità presentata come cruciale segno di distinzione. E chissà che l’artista non riesca in futuro a guadagnare qualche milioncino anche vendendo all’asta le numerose querele per plagio accumulate durante la propria carriera.
Alla curatela della mostra il merito dell’esemplare organizzazione degli spazi. Fa storcere il naso solo la decisione di porre delle barriere visuali a protezione delle due sculture nello spazio aperto antistante del caffè-ristorante del museo: una pesante protezione anti vandalica messa a difendere un paio di opere del forse più vandalico degli artisti viventi. Dispiace anche la copertina del catalogo, di una bruttura davvero risparmiabile oltre che deducibile fiero avanguardistico esempio dell’ultra-kitsch, cioè del repellente.

Alessandro Berni

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Tradizioni, queste sconosciute

Ridefinire l’idea di tradizione. Parte da questa premessa l’annuale show di “accademici” della National Academy.

Mae Carrie Weems - Italian Dreams

La prima accademia che la storia dell’umanità ricorda è la scuola filosofica di Platone, fondata nel 387 a.C. Diffusasi in tutto il mondo nei successivi 25 secoli, la nozione di accademia e il suo modo di operare si trova ad affrontare il guado storico attuale, quello dell’inizio di una nuova era, testimone di trasformazioni radicali in ogni area produttiva, compresa quella artistica.
Quali sono oggi per un’accademia le regole da tramandare fedelmente, quelle da assorbire e integrare alle novità tecniche offerte dal presente? Quali quelle da catalogare come obsolete e da non più perpetuare sui banchi di scuola, ma casomai da celebrare consapevolmente dentro spazi museali? In particolare, di quale struttura organizzativa un’accademia consacrata all’arte dovrebbe dotarsi per implementare i tumultuosi quanto continui cambiamenti dei sistemi di comunicazione; per sapersi difendere, ma anche dirigere dall’invasione tecnologica che l’essere umano sta vivendo in ogni sua interazione sociale?
Cosciente di questi interrogativi e di una nuova quanto in costante rapida trasformazione realtà sociale, la National Academy di New York, insieme alla propria comunità di artisti, architetti, educatori e studenti, ha inaugurato l’annuale mostra dei propri accademici.
L’Annuale, nata 188 anni fa, è ricordata come una delle prime vetrine dell’arte americana contemporanea. Creata dai fondatori Samuel F.B. Morse, Thomas Cole, e Asher Brown Durand, la mostra è stata per molti anni il principale sbocco per artisti e architetti americani.

Beverly Pepper- Homage

Se l’aumento dell’offerta espositiva di New York ha frammentato in diversi momenti e luoghi della città la possibilità per artisti e architetti di trovare il proprio riconoscimento, l’Annuale della National Academy resta comunque un punto di riferimento per i frequentatori della miglia dei musei e continua a essere un’importante rassegna dedicata all’arte contemporanea americana.
L’Annuale, quest’anno dedicata al concetto di tradizione, riesce a fregiarsi di opere principali di Jack Youngerman, Jessica Stokeholder e Whitfield Lovell per un percorso capace di aprire pagine di storia dell’arte americana e rimandi alla storia di integrazione sociale e di crescita urbana del Paese a stelle a strisce. L’Annuale 2014 ha anche sancito l’esordio come nuovo direttore dell’italiano Maurizio Pellegrin, che ha scelto come co-curatore della mostra il connazionale Filippo Fossati.
Scegliere come focus la ridefinizione del concetto di tradizione significa per un’accademia dalla storia secolare enfatizzare la necessità di dialogo fra vecchie e ultime regole di produzione artistica; offrire nuove direzioni attraverso le quali ripercorrere la storia recente dell’arte contemporanea americana e – perché no? – un anno zero dal quale generare una struttura flessibile capace di autoaggiornarsi attraverso le più attuali novità tecnologiche e saper interpretare e guidare i nuovi modelli di società, quindi di arte, di moda e di design.

Alessandro Berni

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Pianeta Pacific Design Center. Conversazione con Helen Varola

Vivere a Manhattan e gestire uno dei più prestigiosi spazi a West Hollywood? Si può. Abbiamo incontrato Helen Varola, che ci spiega come.

Pacific Design Center - photo Scott Frances

Helen Varola, indipendent art advisor, mestiere sfuggente quanto cruciale per il destino di artisti e gallerie. Come sei arrivata a questa professione?
L’arte occupa una parte molto importante nella mia vita. Ho studiato storia dell’arte all’Università di Chicago, quindi ho lavorato per notevoli gallerie quali Paula Cooper, Peter Blum, Blum Helman e Houk Friedman, fino a quando non ho deciso di continuare da sola.

Quando è arrivata la decisione di aprire la tua impresa?
Ho aperto la Helen Varola Advisory nel 1999. Avevo voglia di sentirmi più libera, di mettermi maggiormente in gioco.

Quali sono i requisiti principali che deve avere un art advisor?
Essere competenti è ovviamente un must, ma non basta. Servono reputazione ed energia, quindi coraggio.

Una laurea a Chicago, una vita intera a New York e oggi Los Angeles. Perché?
La crescita del mondo dell’arte contemporanea di L.A. è agli occhi di tutti. Artisti, curatori, critici, galleristi, collezionisti… in tanti si stanno spostando là e molti ancora sono attenti agli eventi che succedono. Ho cercato e trovato più che volentieri la sfida di unirmi ai pionieri del mondo dell’arte della città.

Pacific Design Center - Mary Younakof performance

Da quando lavori a Los Angeles?
Da quando ho lanciato il mio Arts Program al Pacific Design Center nel 2009.

Però ancora abiti nella Grande Mela.
Los Angeles è troppo lontana dall’Italia, Paese dove è nato mio marito e dove amo passare tutto il mio tempo libero. Restando a Manhattan e spostandomi a West Hollywood quando serve, tutto funziona bene.

Ci presenteresti il Pacific Design Center?
Già da prima di occuparmi della programmazione artistica del Pacific Design Center, lavoravo per il proprietario del building, Charles Cohen, per cui curavo la collezione privata. Il complesso di gallerie che dirigo al Pacific Design Center è un ambiente molto esclusivo, frequentato solo dal top degli interior designer, al quale si aggiungono gli amanti dell’arte di L.A.

Il Pacific Design Center è composto da tre building. Uno blu, uno rosso e uno verde. Dove si trova lo spazio che gestisci?
Si trova al secondo piano del building blu. È composto da più di 4.600 mq e al momento ospita dieci gallerie, ognuna delle quali si gestisce autonomamente.

Qual è il tuo ruolo?
La selezione delle stesse, che ho elaborato evitando gallerie gemelle. Inoltre mi occupo di vigilare sulla qualità delle mostre organizzate, così da attrarre sempre più collezionisti e musei.

 

Simyrn Gill, Varola Gallery

 Il prossimo step di crescita sul quale stai lavorando per il centro?

Aggiungere altre gallerie e progetti da New York, ma anche da Asia ed Europa, impegnandomi a includere solo realtà in grado di aggiungere ed esaltare l’esclusività dell’ambiente che ho già creato.

Qual è il momento migliore dell’anno per mettere un piede a L.A.?
Posso dirti il peggiore momento, che è luglio/agosto, ma non è come N.Y. dove novembre è forse il momento migliore dell’anno. Non c’è una stagione.

Ma a L.A. il mercato dell’arte è davvero arrivato?
Secondo me sì. Da una vita compro a L.A. e vendo a N.Y. È vero che ancora non c’è un mercato delle aste e quello delle fiere si deve sviluppare, ma non mi sento una pioniera della vague di arte contemporanea che si sta imponendo nella città.

Ah no? E perché?
Una vera anticipatrice è stata Ann Philbin. Si è mossa da New York a Los Angeles dieci anni fa. Allora era difficile immaginare un’evoluzione che oggi è davvero a un piccolo passo dall’esplodere e diventare fenomeno mondiale.

Alessandro Berni

www.helenvarola.com
www.pacificdesigncenter.com

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Madame Futurismo. Conversazione con Laura Mattioli

Siamo andati al CIMA – Center for Italian Modern Art di New York a intervistare la sua fondatrice Laura Mattioli. Per farci raccontare com’è nata la sua “creatura” e la sua personale visione della storia dell’arte.

Laura Mattioli - photo Jeoff Feinger

Laura Mattioli, storica dell’arte e collezionista storica. Ci racconti perché hai deciso di aprire un centro d’arte moderna italiana a New York?
Ho deciso di creare uno spazio di ricerca che sia capace di dare origine a una maggiore coscienza e attenzione dell’arte moderna italiana anche in connessione con l’eredità e gli sviluppi che ha saputo creare.

Il CIMA è nato per amore della Storia, quindi?
E per amore della ricerca e della verità, aggiungiamo.

Perché a New York?
New York è la città giusta per questa iniziativa in quanto grande catalizzatore di energia e persone. È il posto dove ancora tutto il mondo s’incontra.

Hai fatto tutto da sola?
Sì, perché ho un caratteraccio [ride, N.d.R.].

Qual è stato lo scatto che ti ha fatto decidere di cominciare quest’avventura?
La consapevolezza che l’arte italiana del Novecento fuori dal nostro Paese sia scarsamente conosciuta. Esiste una struttura molto rigida di pensiero nella storiografia. Dall’Impressionismo in poi, l’idea madre e inconfutabile è che tutto parta da Parigi, dall’esperienza francese. Tutto quello che è successo in seguito in Europa è una sua derivazione, una conseguenza. Il CIMA vuole mettere in discussione questa forzata e distorta lettura del nostro passato.

CIMA - Center for Italian Modern Art, New York 2014 - photo Walter Smalling Jr.

In che modo?
Creando nuovi interrogativi. Permettendo agli storici e teorici dell’arte che frequentano il nostro centro di sostare a lungo di fronte alle opere esposte e – perché no? – di viverci dentro per un breve periodo. L’osservazione continua e profonda di un’opera permette il naturale scaturire di riflessioni e interrogativi. C’è un vantaggio cruciale che hanno i collezionisti rispetto a chi studia la storia dell’arte soltanto attraverso musei e cataloghi: la vicinanza quotidiana con le opere. Aprendo questo luogo, ho scelto di condividere il privilegio.

A proposito delle forzate e distorte letture che la storia dell’arte ha prodotto, ci fa qualche esempio concreto?
Tutti conoscono il Surrealismo. Che cosa ha fatto de Chirico per il pre-surrealismo è un argomento trascuratissimo che non conosce quasi nessuno. Oppure, prendi l’opera The Bycicle Race di Lyonel Feininger: ricordo uno statement che diceva che il quadro era di ispirazione picassiana. Feci un salto perché Picasso non aveva mai dipinto un ciclista. Quel quadro, quel soggetto deriva da Boccioni, dai futuristi, non certo da Picasso.

Cubismo e Futurismo, sorelle dell’arte del secolo scorso dove il movimento italiano fa da cenerentola.
Il Cubismo fu un’avanguardia elitaria. Dipingevano per pochi eletti che potevano capire quello che facevano. Non erano interessati ad alcun rapporto con il pubblico. Il Futurismo, invece, nacque con l’intenzione di cambiare il gusto della gente. Iniziò con un manifesto. I suoi promotori erano motivati dall’intenzione di essere presenti nell’arte, nella politica e quindi nell’opinione pubblica.

CIMA - Center for Italian Modern Art, New York 2014 - photo Walter Smalling Jr.

Cent’anni dopo riconosciamo il contrario: Picasso e il Cubismo sono conosciuti da una larghissima fetta della società, mentre il Futurismo e i suoi maggiori esponenti sono apprezzati soltanto da una ristretta élite. 
La percezione attuale è derivata da una risposta di rifiuto fortissima del fascismo e quindi dell’arte prodotta durante gli anni della dittatura mussoliniana. Accendere un riflettore sul Futurismo vuol dire toccare una verità rivelata, rivoltare il modo in cui questo movimento è stato studiato e catalogato fino ad oggi.

Laura Mattioli e il CIMA hanno l’ambizione di aggiungere nuove pagine di storia dell’arte sull’argomento?
Molto di più. Vogliamo cambiare sguardo, sollevare nuove questioni e quindi risposte, permettere una visione più libera e, quando serve, più provocatoria.

Vogliamo dire più futurista?
E diciamolo.

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Alessandro Berni

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Parma-Manhattan solo andata. Intervista con Ilaria Amadasi

Essere italiani madrelingua e recitare Shakespeare a New York? Yes, we can. Conversazione con Ilaria Amadasi, che ci racconta com’è riuscita a raggiungere il suo sogno.

Ilaria Amadasi

Ilaria Amadasi, professione attrice. Ci ricordi i tuoi inizi teatrali?
Mi sono formata alla scuola del Teatro Stabile di Genova diretta da Anna Laura Messeri. Ricordo di aver trovato un ambiente duro al quale sono ancora riconoscente.

In che senso, duro?
È una scuola alla vecchia maniera. Dove è molto alto il rispetto nei confronti degli insegnanti, tanto per farti un esempio. Un approccio che qui a New York è rarissimo da trovare.

Ci sono tecniche teatrali che sei riuscita a esportare negli Usa?
La scuola di Genova si basa sul metodo Orazio Costa. Per semplificarla, è un tipo di recitazione molto realistica, naturale, che ti permette una maggiore consapevolezza nell’impiego del proprio corpo.

E durante questi corsi è nata la tua decisione di cambiare lato dell’oceano?
Senz’altro è nata la scintilla che mi ha fatto innamorare per sempre del teatro. In particolare è successo durante lo spettacolo Il buio di giorno di Henning Mankell, diretto da Filippo Dini. Interpretare questa storia drammatica mi fece capire che tipo di lavoro volessi fare. La decisione di trasferirmi a New York è arrivata dopo.

The Taming of the Shrew - Ilaria Amadasi

Quando?
In seguito a un’audizione andata male. Si trattava di una co-produzione fra il Teatro Stabile di Napoli e un teatro di Londra. Il feedback del loro rifiuto fu che il mio inglese non era sufficiente. Così mi legai al dito questa esperienza e decisi di partire.

Che anno era?
Ho messo piede per la prima volta a New York il 10 aprile 2009, per tre mesi. Quindi è iniziato il dramma del visto.

Adesso hai un visto 01, quello da artista, giusto?
Sì, il primo O1 l’ho ottenuto attraverso la sponsorizzazione da parte della compagnia di commedia dell’arte di Parma per un progetto di scambio culturale. Passati i tre anni, ho fatto un nuovo O1 con Frog & Peach Theatre Company, compagnia con la quale ho in programma due opere di Shakespeare ogni anno.

Appena arrivata, sei riuscita a salire subito sul palco come attrice?
Ho cominciato da dietro le quinte, muovendo luci e creando suoni. Ho anche disegnato qualche set. Quindi ho cominciato a recitare.

Midsummer Night's Dream - Ilaria Amadasi

Sempre off Broadway?
Sempre. Per me, l’off Broadway è la nuova Broadway.

In che senso?
Nel senso che off Broadway è senz’altro culturalmente più impegnato e sperimentale rispetto a Broadway. A Manhattan esistono tante piccole quanto vivaci realtà teatrali capaci di trovare il coraggio di toccare anche testi vecchi e magari poco rappresentati.

Qualche differenza tra la maniera di recitare in Italia e quella americana?
Le persone negli Usa sono più soffocate emotivamente. Sono più costrette nel loro corpo. C’è una sorta d’imbarazzo, di pudore. Assurdo, in quanto qui il pudore in tanti altri contesti non esiste assolutamente.

Il tuo prossimo spettacolo?
King John, dal 24 aprile al 18 maggio, al West End Theater, prodotto da Frog & Peach Theatre Company e diretto da Lynnea Benson.

Ilaria Amadasi

Quale personaggio interpreterai?
Blanch, l’Infanta di Spagna. È stata cresciuta come una guerriera e dovrà combattere in scena con spade e tutto il resto. È una cosa che mi affascina molto.

Come ti sta aiutando New York per interpretare questo personaggio?
Blanch viene costretta a sposarsi per un matrimonio politico. A New York spesso ti trovi a fare cose che non vuoi fare, ma che accetti e, mentre le fai, scopri nuova grinta e determinazione per raggiungere i tuoi sogni e obiettivi.

E Ilaria Amadasi i suoi sogni li ha già raggiunti?
Diciamo che sono on my way, ma sento che il meglio deve ancora venire.

Alessandro Berni

http://www.frogandpeachtheatre.org/

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